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Finalmente è il tempo di un' "eleganza normale", senza travestimenti

Elogio moderato
della destra chic

di Filippo Rossi Prologo introduttivo. (Il protagonista è uno scrittore e giornalista di sinistra ma proprio di sinistra). La telefonata gli arriva la domenica mattina verso le 10,30: è il suo ufficio stampa. «Buongiorno caro – dice la voce – lo sai che il Secolo d’Italia ha recensito molto bene il tuo ultimo romanzo. E si vede pure che se lo sono letto... Vattelo a comprare». Qualche secondo di silenzio a dimostrare una sorpresa che viene da lontano. Poi, un dubbio: «Ma mi stai prendendo in giro? Guarda che se è uno scherzo per farmi comprare il Secolo poi me la paghi...». «Ma no! Davvero. Vai e compra. Vedrai!». Insomma, per farla breve: lo scrittore “di sinistra, ma proprio di sinistra” è andato e ha comprato. Ha anche letto meravigliato: «La migliore recensione che mi abbiano fatto. Ed è vero: lo hanno anche letto». Fine del prologo.

Questa storiella (tutta vera, assicuriamo) per dire che sì, sarà un buon giorno per l’Italia quando la sopresa non sarà più tale. Quando destra e sinistra saranno luoghi della politica ma non categorie dello spirito e della cultura. Quando destra e sinistra si confronteranno, certo, in parlamento e nei luoghi delle decisioni ma non nell’immaginario e nei luoghi delle speranze. Quando destra e sinistra non saranno più categorie che potranno individuare fantomatiche differenze antropologiche che annullano bipolarmente la sacra complessità della natura umana. Sarà un buon giorno per l’Italia quando, insomma, le ideologie, qualsiasi ideologia, non imbriglieranno più l’uomo costringendolo in recinti costruiti con assi di razionalità e chiodi di ottusità. Liberare la mente significa liberare se stessi dai propri pregiudizi. Sforzandosi, anche, di leggere ciò che non è previsto nella propria biblioteca casalinga. Di comprendere, di capire. Curiosità prima di tutto. Anche oltre i limiti del consentito. 

Oltre i limiti dell’ideologicamente corretto. Che poi significa: io di qua, tu di là. E un muro d’incomprensione in mezzo. Barricate psicologiche che ripudiano ogni possibilità, ogni opportunità di accogliere una nuova idea. Ottusità? Sì, ottusità. Primato della persona significa anche questo: guardare gli occhi e il cuore.  Supremazia del sentimento. Il coraggio del gioco, ricordandosi dell’Homo ludens. Ricordandosi della leggerezza bambina che sopravvive in tutti noi. Ricordandosi del garbo sbarazzino che ripudia la sensazione di estraneità. Che ripudia l’ipotesi dell’odio. Destra (culturale) è anche questo, da sempre. Cultura a destra è anche questo, da sempre: anti-ideologica, post-ideologica, mai ideologica. Se si vuole, al di là delle ideologie. Anche negli anni “ideologici” per antonomasia – a ben pensare – la destra in Italia già sognava il loro superamento. Do you remember “né destra né sinistra”? Do you remember “al di là della destra e della sinistra”? Nella società liquida, allora, quella destra, questa destra, non può che trovarsi a suo agio. È un pesce dentro l’acqua. È finalmente un viandante che scopre il “suo” mondo senza doverne cercare altri. 

Percorrendo sentieri digitali che tutto collegano, che molto uniscono. Motori futuristi di ricerca. Interconnessioni non razionali che producono “nuove sintesi”. Siamo arrivati a casa nostra, dobbiamo solo capirlo per prenderne finalmente possesso. «Ribelle è il singolo – spiegava Ernst Jünger – è l’uomo concreto che agisce nel caso concreto. Per sapere che cosa sia giusto, non gli servono teorie, né leggi escogitate da qualche giurista di partito. Il ribelle attinge alle fonti della moralità non ancora disperse nei canali delle istituzioni..». È per questo che qualsiasi polemica contro una destra à la page, che parla con tutti, che si “vende” e si “svende” lascia davvero il tempo che trova. L’accusa a volte è sotterranea e a volte palese, ma in fondo è sempre la stessa: è quella di “piacioneria elitaria” un po’ salottiera. Non è questo il punto. La destra italiana, con la sua storia, la sua tradizione, le sue radici, non può che trovarsi a suo agio in questo mondo, in questa modernità che rimescola finalmente le carte. E che, soprattutto, cambia gioco. Ecco perché, giusto per fare un esempio, Che Guevara è anche uno di noi: come icona, come simbolo. Ma Che Guevara, al tempo stesso, non è uno di noi... Perché dei simboli, della cultura, la cosa più bella è questo: ognuno prende quel che vuole. Non ci sono regole predefinite.

La destra, allora, non può che essere chic. Di più: o è chic o non è. Anche se non è ben chiara l’origine della parola francese, è utile scegliere questa ipotesi: il dizionario etimologico Petit Robert scrive che deriva dal tedesco schick (abito) e che i francesi, a partire dai primi anni del secolo scorso, hanno cominciato a usarla (scrivendola chique), per identificare la disinvoltura, il savoir faire e infine l’eleganza. L’eleganza normale di chi sa che non deve travestirsi per farsi accettare. Perché finalmente questo è il suo tempo. Un tempo che ha contribuito a creare e che adesso sarebbe davvero miope farsi sfuggire di mano. Un tempo in cui le cattedrali di razionalità stanno finalmente lasciando lo spazio naturale a cattedrali immaginifiche con al centro un grande protagonista: la persona umana. Le sue idee, le sue passioni, i suoi sogni, le sue speranze.

(Pubblicato sul Secolo d’Italia di oggi)

19 luglio 2009

 
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