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Michele Serra
Intervista con Michele Serra: ecco perché abbiamo perso il futuro

«Per pensare il domani,
meno paura e più fantasia»

di Antonio Rapisarda A Michele Serra - firma di Repubblica, scrittore e autore televisivo – il buonumore non manca mai. E lo ha dimostrato anche sul palco di Officina Italia – la tre giorni di letteratura e dibattiti organizzata da Antonio Scurati e Alessandro Bertante – dove si è presentato con un grosso cero, per invocare l’intercessione (a suo avviso senza troppa fortuna) di chissà quali Santi. E se davanti al pubblico, con garbata ironia, ha rievocato come nella storia l’uomo con il potere e il destino non se la sia mai vista troppo bene, a parlare con noi di  “coraggio di futuro” (come il tema della manifestazione) il suo tono si è fatto non tanto serio, ma preoccupato sì. Sul futuro quindi, almeno come opzione collettiva, come sulla crisi che stiamo attraversando per Serra non c’è molto da scherzare. Anche se alla fine…

In questi giorni è stato Antonio Scurati a rilanciare con la sua “Officina Italia” la necessità che il futuro ritorni al centro della narrazione del paese. Ma come mai oggi per parlare di futuro c’è bisogno di coraggio?  
Più che di coraggio c’è bisogno di fantasia. Perché il futuro è difficile da configurare, da immaginare. Quando ero ragazzo io c’erano vari “futuri” disponibili: dal futuro rivoluzionario al futuro tecnologico che forse era il più indiscusso. Avevo quindici anni quando nel luglio del 1969 l’uomo andava sulla Luna e nessuno aveva dubbi sul fatto che quello fosse un inizio: abbiamo scoperto solo dopo che era una fine, un’epopea che si arenava. Mi chiedo adesso che futuro possa immaginare chi ha vent’anni e anche che futuro possa immaginare io. Una volta il futuro era una scelta, ci si poteva addirittura concedere il lusso di dirsi “ma che futuro preferirei?”, un futuro rivoluzionario, il socialismo, lo sviluppo della tecnologia. Adesso è difficile solo immaginarlo.

Che cosa, allora, non permette più questa scelta? Chi l’ha rubato questo futuro?
Avendo a che fare molto con gli adolescenti, e con i miei figli in particolare, mi viene da pensare che sono stato io a rubarglielo. Ovviamente vivo il senso di colpa dell’adulto invadente – invadente perché non vuole invecchiare, perché non ho né l’antropologia né la psicologia del signore anziano. Da un certo punto di vista c’è questo allungamento psicologico della gioventù che penso che possa costituire un problema per chi ha vent’anni oggi. Mi trovavo di fronte gli adulti, e per me erano come persone rimpiazzabili in tempi brevi, non perché dovessero morire, poveretti, ma perché erano in una fase stazionaria o declinante del loro percorso. Questo è un aspetto grosso del problema: c’è questo allungamento psicologico della gioventù che credo possa risultare asfissiante a chi ha vent’anni.

Una delle riflessioni che ha portato Scurati è stata poi l’incapacità di andare oltre un presente che non accetta più di misurarsi con la storia.
Ciò lo lego alla fine (non so se è giusto chiamarle così) delle utopie, la fine della progettualità. L’idea che il mondo cambiasse o comunque camminasse, nel senso che un po’ tutti credevamo in una visione lineare della storia. E l’impressione adesso è abbastanza di stagnazione, o forse ancora peggio, è che non sei più tu l’attore che la cambia la storia. Quello che succede è un po’ un accidente, è un imprevisto: ci siamo resi conto, anche a nostre spese, che non è vero che la storia è finita o è stagnante. La storia si muove, con l’11 settembre, con il crollo delle borse, si muove con la crisi della certezze. Si muove insomma in un modo che ci disarciona, che ci fa sentire tutti – e soprattutto a un giovane – meno in grado di dirigerla. O di illudersi di dirigerla.

D’altro canto vi è una politica che sembra avere abolito il concetto di programmazione, di sviluppo, per seguire e adattarsi allo “stato di emergenza”. Una politica che programma in base alla paura, e non più alla speranza.
La paura è la materia prima della politica, adesso. Non è che la politica in precedenza fosse alimentata da materie prime “nobili” necessariamente. La paura, la rabbia anche pulsioni ferine animavano la politica però era come se ci fosse una capacità di convogliarle, di fare di questa materia brutta il combustibile per un processo, anche di emancipazione. Adesso questi istinti bruti è come se venissero usati in quanto tali, non esiste un’elaborazione che trasformi la farina in pane. Sono come delle quantità da buttare su piatto e da mettere subito all’incasso e ciò è molto preoccupante.

Un quadro abbastanza cupo. Come si esce da tutto questo?
Dico delle enormi banalità. Intanto non farsi impressionare. Nervi saldi. Poi fiducia nella capacità individuale, di non farsi troppo condizionare dalla situazione data. Uno deve dire a se stesso “nel mio posso farcela, inventare qualche cosa per me”. Insomma è come se ognuno di noi fosse un resistente, nel senso che è gravato di una responsabilità individuale di fronte a questo smacco. In politica mi riesce difficilissimo dare una risposta. Dovessi fare politica oggi non saprei quasi da che parte cominciare. Perché mi sentirei in mano degli arnesi spuntati, consumati, già usati spesso malamente. Avrei paura a parlare di sogni o di grandi progetti, perché – è inutile che lo neghiamo – i grandi sogni sono spesso finiti in catastrofi e tragedie. È dura.

Dobbiamo accettarci come prigionieri di questo presente?
Per adesso vince il presente. Potrebbe andare peggio, nel senso che potrebbe vincere il passato.  

27 maggio 2009

Scurati: «L'arte infiammi l'occhio dell'avvenire»

 
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