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All'indomani della candidatura, subito i distinguo dalle fila amiche

Ecco perché (a destra)
la Polverini fa paura

di Antonio Rapisarda Da quando piacere a tutti è un “paradosso”? Soprattutto in politica, declinata all’occidentale, che è l’arte per eccellenza della ricerca del massimo consenso possibile. Strano che un ragionamento del genere venga da giornalisti e intellettuali che del “partito degli italiani” – ossia il Popolo della libertà – sono entusiastici alfieri. Eppure accade. Sì, perché all’indomani dell’investitura di Renata Polverini come candidata per la regione Lazio del Pdl, dalle fila amiche non sono mancati fin da subito velati distinguo che sono diventati dopo j’accuse di un certo peso.

Ecco spuntare, a mo’ di dossier, l’immancabile lista dei “vizietti” della leader dell’Ugl. Che, neanche a dirlo, tendono a dipingere la Polverini come la colonna delle “tute blu” della sinistra nel centrodestra. Prima di tutto, si legge sul Giornale, Renata non rappresenterebbe appieno lo spirito del berlusconismo: troppo sociale, dicono. Ma da quando spiegare di essere favorevoli a un “socialismo buono” (dinanzi allo sfracello della crisi economica, che è una crisi del sistema liberal-capitalista prima di tutto) è considerata eresia? E allora spiegatelo ai tantissimi socialisti – mai pentiti! – che compongono le fila del Pdl e del governo in carica in particolare. E ancora: «È più vicina a Gramsci che ad Hayek», si leggeva sul Giornale. Intanto è probabile che sia più vicina a Corridoni che a Gramsci, ma non sono proprio questi, scusateci, i discorsi da “salotto” che vengono rimproverati a chi si occupa di cultura politica nel Pdl?

Dicono, in secondo luogo, che la leader dell’Ugl piaccia alla “gente” e soprattutto a quella che guarda la televisione: insomma, proprio nel centrodestra questo non dovrebbe essere considerato un peccato mortale (casomai è una damnatio che viene da sinistra). Non possono mancare, poi, le letture del retroscenismo: «È la candidata di Fini» dicono, quindi la sua figura entrerebbe all’interno di uno scontro tra i cofondatori del Pdl. Poco importa se lo stesso Berlusconi, già alcuni mesi fa, aveva manifestato la sua simpatia per la candidatura della Polverini. Dunque, a quanto sembra, poco importa se fa vincere le elezioni o meno: Renata Polverini, a qualcuno, non piace. Punto.

“Di sinistra”, “Sembra Gramsci”, “Piace a Veltroni”, tutte storie. Il discorso politico, probabilmente, è un altro. Non è che la Polverini fa paura anche a destra perché rappresenta un altro modello politico? Non è che “Renata” intimorisce perché è la dimostrazione di come esista, proprio in termini di voti, la possibilità che nel dibattito fra gli schieramenti entri autorevolmente un modo garbato di fare politica? È possibile che proprio quando la sinistra non ha argomenti validi - né tantomeno nessuna improbabile scusa per sostenere che siano “loro” le idee che manifesta la Polverini – nasca una disputa pseudo-ideologica? Non era stato il premier stesso a distruggere questo corollario spiegando come governo in carica attuasse “politiche di sinistra”, perché quest’ultima incapace nella sua precedente gestione?  È possibile, ci chiediamo ancora, che una candidatura così prestigiosa (e che ha tutti i sondaggi, sì i “maledetti” sondaggi a favore) sia messa in discussione da chi dovrebbe trarre giovamento da una vittoria larga del centrodestra alle Regionali (che, come si sa, sono elezioni di mid term per il governo)? Mistero. O forse no?

2 gennaio 2009
 
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