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Vittorio Feltri
Caro Feltri, la politica è cosa più complessa che vendere quotidiani

Qualche risposta
al capopopolo del Giornale

di Filippo Rossi Il discorso è semplice. E anche se rischia di essere ripetitivo, vale la pena ribadirlo: perché così proprio non va. E allora eccoci di nuovo qui a dover polemizzare con il “Montanelli” del nuovo millennio, quel Vittorio Feltri che si è autoproclamato come unico depositario delle idee, degli umori, delle speranze degli elettori del centrodestra. Quel Vittorio Feltri che si è fatto re senza popolo, si è fatto generale senza esercito. Può farlo, ovviamente, grazie alla gloriosa tradizione pluridecennale del giornale che dirige. E grazie anche al fatto che lo stesso quotidiano appartiene, casualmente, alla famiglia del leader del centrodestra. E allora, visto che tra quei milioni di elettori c’è anche, da sempre e umilmente, il sottoscritto, è come elettore che mi arrogo il diritto di replicare al capopopolo del Giornale ricordandogli e ricordando a tutti che la politica è cosa più complessa, molto più complessa che vendere i giornali. E anche più sofisticata.

In primo luogo perché i numeri coinvolti sono infinitamente maggiori: quanto vende il Giornale? Centomila? Duecentomila? Grandi numeri, complimenti. Nessuno nega che Vittorio Feltri sia un direttore dalle uova d’oro: lo ha dimostrato ogni volta, dall’Europeo in avanti. Chapeau! Ma quanti sono gli elettori del Pdl? Per la precisione: 13.957.303. Insomma, quattordici milioni circa. E allora, dovrebbe spiegare, Vittorio Feltri perché lui e le sue centinaia di migliaia di lettori dovrebbero rappresentare quattordici milioni di italiani. Al di là del merito, al di là dei contenuti e delle polemiche, esiste per caso una legge empirica che sancisce questo collegamento? Giusto per fare un esempio: quanti elettori del centrodestra comprano il Corriere della Sera? Non è dato saperlo, ma a occhio è molto probabile che siano molti di più. E allora, che si fa? A chi si dà ragione? Ai militanti duri e puri o agli elettori più pacati, più moderati? La risposta di Feltri appare ovvia ma non è per nulla scontata. E ricorda la retorica dei fascisti della prim’ora, quelli che pensavano di essere depositari dell’anima genuina del regime.

Ma la politica, non è questione di identità forti. È piuttosto questione di dialogo e, ancor di più, di analisi dei problemi. Non è questione di tifo da stadio (anche se a dire il vero, il Corriere dello Sport appare molto più problematico del Giornale) ma di scelte concrete e, soprattutto, argomentate. Intendiamoci, è legittimo rappresentare la curva ultrà. Quel che non va, è il fatto che gli ultrà vogliano invadere il campo delle famiglie e dei bambini, della gente normale, insomma. Tutto appare drogato, eccitato, sovraesposto. Perché la retorica barricadiera, del muro contro muro, s’impossessa di chi non ha nessuna intenzione di stare in guerra, di urlare, di odiare.

E allora si spacciano per verità frasi piene di elementarità ma vuote di significato. Del tipo: «Ciò che è bianco non può essere condiviso da chi è rosso. Ciò che è rosso non può essere condiviso da chi è bianco». Firmato, Vittorio Feltri. Non se la prenda Gennaro Gattuso se la frase ci ricorda tanto il titolo del suo libro Se uno nasce quadrato non muore tondo. Della serie, è proibito cambiare idea. Della serie, è reietta ogni forma di complessità. Un modo postmoderno per bruciare i libri, per sputare addosso alla cultura. Per mettersi una divisa e non togliersela più. E a noi che siamo di destra non ci rimane che ricordare una frase di Giuseppe Prezzolini: «La coerenza è la virtù degli imbecilli».

4 gennaio 2009

 
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