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Al direttore di Libero: due modi diversi di stare dalla stessa parte

Lettera aperta a Vittorio Feltri

di Filippo Rossi Gentile direttore,
le scrivo poche righe per cercare di mettere i puntini sulle i. Non tanto per lei ma per noi. Per quello che siamo e quello che vorremmo diventare. E per quello che non vorremmo essere. Per spiegare a noi stessi, spiegarci, quel "non so che", quella differenza, tra un certo suo modo di pensare il giornalismo (e di concretizzarlo ogni giorno col suo quotidiano) e la nostra umile utopia di incarnare un altro modo di fare giornalismo a destra. Poche righe che riteniamo importanti perché, ce ne stiamo rendendo conto in questi giorni, troppe volte le differenze che ci sono tra noi e voi - differenze di stile, oserei dire, prima che professionali - vengono spacciate frettolosamente per vere e proprie discrepanze politiche, per tradimenti, per strappi.

Un retroscena. L´idea di scriverle questa lettera ci è venuta leggendo la sua risposta - garbatamente supponente - all´articolo che Annalisa Terranova ha scritto sul Secolo d´Italia qualche giorno fa contro il "feltrismo". La sua risposta apparteneva a quel tipo di "non risposte" che provengono da chi si ritiene in possesso di una verità rivelata, dell´unico modo possibile per declinare una professione. Ecco, abbiamo sentito l´imperativo morale di non tacere, di non fare più finta di niente, di rendere pubblico quello che pensiamo. Un´esigenza, tanto per essere chiari, anche politica. Perché non è giusto che una differente idea di giornalismo debba coinvolgere chi fa politica in presa diretta... Per intenderci: non stiamo discutendo "da che parte stare" ma "come" starci...

Le cose stanno così. Non ci piace il giornalismo di cui la sua testata molto spesso è principale rappresentante. Non è un´accusa, intendiamoci. Tutto legittimo, ovviamente. È solo una pacata presa di distanza. Cerchiamo di essere altrove. Perché non ci piacciono i titoli urlati contro il lettore. Né ci piacciono quei caratteri cubitali anche quando non servono. Né la sguaiatezza. Né quei modi finti popolani che nascondono molto spesso una sorta di disprezzo per il popolo, quello vero, quello che non vive di pane e odio, di pane e polemica. Perché non ci piace la retorica guerrafondaia dell´amico-nemico. Non ci piacciono i discorsi a prescindere del noi contro loro. Non ci piace la propaganda. L´appartenenza obbligata del soldatino in trincea. Quella per cui una cosa è giusta se a dirla è uno di noi; ed è cattiva se a dirla è uno degli altri. E non ci piace quell´ironia grezza che una volta si sarebbe definita "da caserma". Non ci piacciono le vignette. Alcune per lo meno. Ne ricordiamo una tra tutte: quel tappo di spumante sparato contro il sedere di un Romano Prodi messo a carponi. Ecco, non ci piace la volgarità. Che non bisogna confondere con l'ironia e l'arguzia. Non ci piace, soprattutto, - e il nodo è proprio questo - l´idea che il giornalismo di destra non possa che essere così. Una convinzione che, declinata in politica, porta a pensare che gli elettori di centrodestra non possono che essere così: faziosi, spocchiosi, grossolani. Che non possano che capire un paio di slogan buttati nel dibattito come pietre in uno stagno melmoso.

Vogliamo cercare di ragionare in termini diversi. E ci sembra arrivato il momento di dirlo. A destra come voi - non vi preoccupate! - ma comunque profondamente diversi. E il fatto che qualsiasi variazione sul tema rispetto al vostro canovaccio - qualsiasi garbo, qualsiasi argomentazione dubbiosa, qualsiasi pacatezza, qualsiasi forma di pensiero debole - venga rappresentata come una diserzione, un cambio di casacca, è un argomento che non possiamo accettare. Perché il dovere di informare e di fare analisi "da una parte" non può essere scambiato come la perpetuazione farsesca di una guerra civile. Siamo piuttosto convinti che la maggioranza assoluta, la stragrande maggioranza, dei milioni d´italiani che votano il centrodestra, e dei tanti che potrebbero votarlo, chiedono un approccio più sereno di quello che passa il convento. E siamo anche convinti che la maggioranza degli italiani che votano a destra sognano in cuor loro un´Italia che sappia uscire dalla ritualità stantia del perenne richiamo alla fazione. Italiani, come noi, che non si sentono per nulla rappresentati da una certa cultura informativa in salsa barricadera. Da un giornalismo all'arma bianca.

1 giugno 2009

 
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