farefuturo.it
farefuturo.itfarefuturo.it
Sei in: Home » Risultati della Ricerca

Risultato della Ricerca Rss

pagina 1 | di 21   » 

L'Italia deve tornare a impegnarsi nella paziente creazione del domani

Contro il virus del "presentismo",
torniamo a fare il futuro

di Enrico Letta* C’è la facciata che è bellissima. Cura dei particolari, dettagli di pregio, una meraviglia a vedersi. Ma ci sono anche gli angoli nascosti, gli interstizi tra una navata e l’altra, le rifiniture all’esterno, quelle là dietro, quelle che solo i “piccioni possono vedere”. La descriveva così Nino Andreatta la cattedrale: un’opera destinata a durare nei secoli grazie all’impegno e allo spirito di sacrificio di chi, dall’inizio alla fine, partecipava alla sua realizzazione. Senza la rincorsa alla notorietà, ai vantaggi immediati, al mero tornaconto personale.

Ricorrere all’immagine della cattedrale era il suo modo per invitare tutti a darsi da fare tanto e insieme. Proprio come gli scalpellini nel Medioevo che, con dedizione, si impegnavano in ogni fase del lavoro, pur sapendo che probabilmente i propri occhi non avrebbero potuto contemplarne il compimento. Per loro – e per tutti gli altri che vi si applicavano, qualunque fosse la rispettiva mansione – costruire la cattedrale significava partecipare a un progetto condiviso, a un’opera della comunità e per la comunità. Nobili, borghesi, contadini; credenti e miscredenti, cittadini probi, strozzini e prostitute. Tutti coinvolti, tutti disposti a versare il loro piccolo obolo.

Nel riflettere sull’Italia degli ultimi anni mi sono chiesto se oggi sarebbe possibile immaginare un simile sforzo collettivo, una mobilitazione così forte intorno a una missione concepita in nome dell’interesse generale. Molte di queste riflessioni le ho raccolte nel libro intitolato, appunto, Costruire una cattedrale, recentemente pubblicato da Mondadori. Altre le rimando ai lettori, nella convinzione che la questione è di quelle per le quali non basta una sola interpretazione. Perché in gioco ci sono non una singola vicenda o area di policy, ma il destino stesso del paese, le sue prospettive di crescita o di declino, il futuro dei nostri figli e forse anche quello dei nostri nipoti. Per questo  interrogativi del genere interessano tutti, i cittadini e chi riveste incarichi di responsabilità politica, nel centrosinistra e nel centrodestra, a ogni livello decisionale. 

Ma cosa impedisce davvero all’Italia di tornare a pensare in grande? Come si spiega il fatto che in pochi anni abbiamo dimenticato il futuro e la sua paziente creazione? Tra le tante possibili risposte una mi sembra calzare a pennello sulla realtà in cui viviamo. Spiega l’immobilismo del paese, la nostra incapacità di programmare strategie che abbiano ricadute sulle generazioni che verranno dopo di noi, la difficoltà a crescere, sul piano economico ma anche su quello demografico, come gli altri grandi paesi avanzati. È il “presentismo”. Vale a dire: l’ossessione irresponsabile per il presente. È la filosofia di vita di chi privilegia il “giorno per giorno”, senza badare alle conseguenze di ciò che fa, sistematicamente al di sopra delle proprie possibilità, incurante di un’evidenza: prima o poi il conto si paga sempre. E in questo caso il conto potrebbe anche essere molto salato. E dovremmo pagarlo tutti.

È un virus, il presentismo, che contagia ogni aspetto della nostra vita. Anche la crisi economica, a ben vedere, è prima di tutto il risultato delle decisioni di chi, quasi stregato dal principio del mark to market, ha completamente smarrito i fondamentali dell’economia, la costruzione di valore, il concetto di lungo periodo. Da questa perdita generalizzata di lungimiranza – oltre che dai comportamenti illeciti di molti operatori del mercato, in America ma non solo – si è generato il più grave disastro dell’economia globale che le nostre generazioni abbiano mai sperimentato, il più invasivo nelle sue ripercussioni sulla vita quotidiana delle persone.

E se è vero che la crisi si è originata dal mercato – o meglio dalle sue distorsioni –, non v’è dubbio che la politica, intesa in senso lato come architettura istituzionale di riferimento, si è dimostrata incapace di governare i processi legati alla globalizzazione, all’accelerazione impressionante dei cambiamenti, all’alterazione dei rapporti di forza negli affari mondiali. È accaduto ovunque: a livello di organizzazioni internazionali e nelle singole realtà nazionali. Negli Stati Uniti, in Europa, nei paesi emergenti.

Per l’Italia questo legame tra le responsabilità del mercato e quelle dello Stato (degli Stati) rischia di essere più esplosivo che altrove. Perché da noi la politica è logora, appiattita su leaderismi sfrenati,  partiti deboli, regole di selezione della classe dirigente basate sulla cooptazione o il clientelismo.

Il modello personalistico berlusconiano – da molti, a destra come a sinistra, criticato all’inizio come un’eccezione tagliata su misura per il suo inventore, destinata per giunta a esaurirsi presto – oggi sembra, invece, la regola. I cittadini contano sempre di meno. La legge elettorale, con l’abolizione delle preferenze, gli ha sottratto ogni residuo diritto di scelta. A pesare, in tutti gli schieramenti e in tutti i partiti, è solo l’opinione del capo: lui decide chi far salire, lui sceglie chi cassare. E questo spesso indipendentemente da criteri di merito e di valorizzazione delle competenze. Così, però, si finisce per smorzare ogni ambizione a fare bene, deprimendo la creatività e la voglia di disegnare strategie che abbiano potenziali effetti sull’interesse generale e sulla sua promozione.

È esattamente quello di cui il paese non ha bisogno. Soprattutto oggi. La crisi costituisce, infatti, una straordinaria occasione per elaborare quelle riforme troppo a lungo rimandate per mancanza di coraggio. Vale per il welfare, per la pubblica amministrazione, per altri snodi cruciali dell’intervento pubblico. Ma vale anche per le grandi scelte di economia e politica industriale. Basti pensare al caso Fiat, protagonista in questi mesi di un rilancio che l’ha portata ad affermarsi come un modello da esportare in mercati fortemente competitivi come quello americano e quello tedesco. Le operazioni con Chrysler e Opel sarebbero state anche solo concepibili in condizioni non eccezionali? E quanto ha inciso, sull’attivismo della casa torinese, la capacità del suo management di leggere i fenomeni e di vivere la crisi come una inedita opportunità di crescita?

La verità è che, come l’esempio della Fiat dimostra, per vincere e convincere, oggi più che mai, servono idee forti e creative. Ma sotto il peso degli apparati e in un sistema che, invece della qualità e dell’originalità, tende a premiare la fedeltà e la furbizia, è praticamente impossibile lanciarsi in progetti che abbiano la forza di cambiare le cose e l’aspirazione a durare oltre l’orizzonte limitato del presentismo.

È questa, certamente, la sfida più grande che ci attende, al di là delle vicende di tutti i giorni e di un dibattito pubblico spesso svilito di sostanza e rattrappito da uno scontro pregiudiziale che nulla ha a che vedere con le regole di una sana democrazia rappresentativa. È una sfida culturale, di prospettiva e di visione, prima ancora che politica in senso stretto. Implica il coraggio di affermare verità anche scomode, come l’inadeguatezza di un bipolarsimo non più in grado di rispondere alle sollecitazioni della società italiana o l’urgenza di rispondere al ridimensionamento del ruolo internazionale dell’Italia con una svolta forte sulla via dell’integrazione comunitaria. La sfida riguarda i contenuti con cui dobbiamo confrontarci per tornare a pensare in grande e i comportamenti con cui affrontiamo questo compito. Accettare questa sfida vuol dire, in definitiva, ritrovare la voglia  di “costruire cattedrali”. E, quindi, molto semplicemente, di “fare futuro”. 

*Deputato del Partito democratico, vicepresidente di Aspen Institute Italia; è da poco uscito il suo nuovo libro, LETTA_arch.jpg&IdTipo=0&TitoloBlocco=Il%20Libro&Codi_Cate_Arti=43&Page=1" target="_blank">Costruire una cattedrale

18 maggio 2009


 
| STAMPA | ARCHIVIO

gestisci articolo

Ffwebmagazine ti da la possibilità di condividere questo articolo sui più famosi social network della rete

Bookmark and Share