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Che cosa significa essere un giovane leader

Guardiola e la metafora
della buona politica

di Federica Colonna "Il mondo sta cambiando e la politica e le campagne elettorali
cambiano con esso. Dunque guai a giocare alla politica in uno
stadio vecchio e vuoto"

 (Philippe Gould)

Tram affollati, strade intasate, alcol, cibo, “corri corri”, attesa di festa. Non è la giornata della caduta di Franco, anche se girano diversi bottellones e il catalano sembra essere diventato un dialetto di Roma nord, zona Olimpico. È, invece, la sera della finale di Champions League, a Roma, e si scontrano sul terreno dell’Olimpico Barcellona e Manchester. I tifosi fanno la fila, i biglietti sono venduti da tempo, qualche bagarino cerca di pagarsi le vacanze estive fuori dalla curva nord, i romani si dividono, sostengono l’una o l’altra squadra. Con entusiasmo, intonando coretti, comprando la birra per prepararsi a festeggiare.
C’è clima di attesa che, nella notte, alla fine dell’incontro, diventa festa vera, da riempire le strade.
Solo dopo la finale della Coppa del Mondo Roma è stata così: persone diverse che aspettano, festeggiano, riconoscono una squadra in cui credere e un allenatore da esaltare. Ecco, appunto, l’allenatore.

Guardiola è giovane, ha la faccia simpatica, i modi decisi. Sembra uno che va al sodo, si guarda intorno, decide cosa sistemare, riconosce il talento degli atri, li mette in squadra e li fa giocare. Vince, tutto quello che può; si confronta con coraggio, anche guardando in faccia i saggi del calcio, i potenti, quelli che hanno lasciato un segno e fatto la storia. Come Ferguson, che arriva imbattuto, sicuro dei suoi uomini, orgoglioso fino alla finale. Ma che sembra spento e affaticato, mentre l’altro alza la testa e una volta in più arriva fino in fondo.

Lo stadio è pieno, la festa esplode, la gente esulta: uomini, donne, colori, i romanisti che tentano di tradurre annamose a fa du spaghi in catalano. E Guardiola fa quello che un vero leader dovrebbe fare: festeggia, sereno, talmente sicuro che non sente il bisogno di rimarcare, sproloquiare, autoincensarsi. Parla di altri, di persone esempio per la storia del calcio, non fa una dedica a sé o ai suoi, ma a Maldini. Non infierisce nei confronti dello sconfitto. Guardiola è giovane, sì, ma riconosce chi viene prima di lui, ha rispetto, è arrivato in alto dopo un lungo percorso, ha imparato e ora lascia il segno. Perché è il suo momento, se l’è costruito e se l’è preso.

Ecco cosa significa giovane leader. Niente nuovismi all’udinese, niente conigli dal cilindro, gli anziani che si fanno da parte perché c’è qualcuno che non sta a chiedere spazio, ma se lo prende, a due mani, con competenza e sicurezza. E lo stadio esulta, e tutti riconoscono: “beh sì, è un signore”. Ecco cosa significa giovane leader, ecco cosa dovrebbe esprimere la generazione di trentenni e quarantenni in politica.

Philippe Gould, storico consulente di Tony Blair, usò la convincente metafora dello stadio, per dire che non c’è quasi più nessuno a guardare lo spettacolo della politica. Lo stadio è vuoto, e vecchio. I tifosi ci sono. Ma stanno aspettando che arrivi Guardiola pure da noi.

28 maggio 2009

 
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