Qualcuno deve spiegare qualcosa a qualcun'altro. Perché non è possibile che la confusione sia tale e tanta sotto il cielo. Perché non è più possibile accettare accuse di tradimento quando, tornando all'abc della politica, quelli che urlano ai valori rinnegati se ne stanno zitti e muti, come se nulla succedesse, come se niente influenzasse l'azione quotidiana: da una parte le idee, appese a un chiodo come un quadro, in bella mostra di sé; dall'altra l'azione politica brutta e spicciola, il noi e il loro quotidiano che prescinde da ogni buon senso, da ogni verità, da ogni storia...
E questo è ancor più vero quando la politica s'impiglia nei nodi più delicati, nelle questioni che interessano "per davvero" l'Italia e gli italiani e non per una retorica che esalta il parziale, il privato, gli interessi minimi (e personali). Questo è ancor più vero, allora, quando il paese si ritrova a parlare di valori - ma sì, in questo caso è il caso di utilizzare la parola - come legalità, garanzie e libertà individuale. Valori oggettivamente condivisi o comunque trasversali. Valori che, forse è il caso di ricordarlo a qualcuno, appunto, in una destra diffusa, tranquilla, profondamente italiana sono sempre stati vivi e vegeti. Una destra del buon senso, una destra con un forte senso del dovere e dell'onore. Una destra, anche, che non mette sotto i piedi il senso di uno stato inteso come servizio. Una destra, ancora, che ha sempre avuto a cuore la libertà individuale intesa a tutto tondo: una libertà fondata su opportunità, doveri, diritti e garanzie...
È per questo che, ad esempio, non hanno alcun senso le critiche che piovono contro Gianfranco Fini sulla questione intercettazioni. Una fra tantissime: «Fini ha affermato di essere ispirato dal principio della legalità. Voglio ricordare che il Pdl è il partito garantista per eccellenza e chi non conosce questa opzione, non conosce la natura stessa del Pdl». L'attacco al presidente della Camera viene dal capogruppo del Pdl a Montecitorio, Fabrizio Cicchitto, che insieme al capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri, e al suo vicecapogruppo, Gaetano Quagliariello, aveva partecipato al seminario "Le intercettazioni, la riservatezza e la Costituzione", organizzato dal Pdl per rivendicare la giustezza di un ddl sulle intercettazioni, che tuteli il bene fondamentale della privacy dei cittadini. Un'obiezione, quella di Cicchitto & C. che dà per acquisito un bipolarismo valoriale tra legalità e garanzie, come se fossero due opposti inavvicinabili, come se non fossero, come invece sono, due facce della stessa medaglia. Un'obiezione, oltretutto, che manda al macero una tradizione di legalità (e di eroismo per la legalità) che appartiene a pieno diritto alla storia della destra italiana.
La legalità, intendiamoci, degli uomini giusti e onesti che si contrappongono, al di là delle differenze e delle ideologie, ai furbi e furbetti di ogni parallelo politico. La legalità lineare e pacata, in qualche modo semplice, fatta di piccole regole da seguire (della serie: un ladro è sempre un ladro) che accomuna eroi normali di un'italia altrettanto normale. Ne abbiamo scelti tre di questi eroi civili, di questi esempi strazianti che possono ancora illuminare di sé l'Italia del futuro... Ne abbiamo scelti tre ma potevano essere molti di più, convinti come siamo che, ancora oggi, il paese vero, profondo, è migliore di come qualcuno lo vuole far apparire; che nella realtà esistono molto meno cricche e molti più uomini onesti.
Onesti intellettualmente come Walter Tobagi, socialista libertario che si è rifiutato di intrupparsi nella retorica assassina dei "compagni che sbagliano. Per lui i terroristi, già allora, erano quelli che poi sarebbero stati per tutti: semplicemnte assassini. È morto per questo. Come è morto Paolo Borsellino: servitore puro dello stato, integgerimo, professionista giustissimo di un'antimafia che purtroppo ancora non ha vinto. Che ha ancora bisogno di eroi della parola come Roberto Saviano. E come, infine, è morto un eroe normalissimo come Giorgio Ambrosoli. Uno che nella vita non ha fatto altro che il suo dovere, senza cadere in tentazione, senza sporcarsi le mani con le offerte dei suoi corruttori. Un uomo tutto di un pezzo, si sarebbe detto una volta. Uno che poteva scrivere alla moglie parole del genere: «È indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l'incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un'occasione unica di fare qualcosa per il paese. A quarant'anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito. Con l'incarico, ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato solo nell'interesse del paese, creandomi ovviamente solo nemici…. Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto. Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa...».
È stato definito un eroe borghese, un uomo libero, un campione dell'Italia pulita... Tutto vero. Ma c'è anche di più. E forse vale la pena di dirlo chiaramente: Ambrosoli e gli altri sono il simbolo di un'Italia ha davvero a cuore un unico bipolarismo: quello che distingue il giusto dallo sbagliato, l'onestà dalla delinquenza... Forse bisognerebbe ricominciare da qui.
Pubblicato sul Secolo d'Italia dell'11 luglio 2010