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Gianfranco Fini
I conservatori veri, a ben guardare, sono sempre rivoluzionari

Fini non è solo.
Ed è pure di destra

di Alessandro Campi «Fini è solo ed è sicuramente perdente. Anche perché piace alla sinistra». In modo perentorio e secco, Francesco Merlo (su La Repubblica di ieri) ha dato corpo definitivo al ritornello che tanti, tra politici e osservatori, hanno ripetuto in questi mesi e settimane. A tal punto da averlo fatto diventare un luogo comune politico-giornalistico accettato e condiviso. Finanche, sembrerebbe, dal diretto interessato, che nella sua ultima intervista a Porta a porta non si è detto per nulla scandalizzato dal fatto che qualcuno possa considerarlo un uomo di sinistra.

Bene, in questa sede, proprio mentre sta per consumarsi il rito che porterà allo scioglimento di Alleanza nazionale e alla sua prossima confluenza nel Pdl, potrebbe essere un’idea non peregrina quella di tentare una dimostrazione all’apparenza impossibile e, visto il soggetto di cui si parla, vagamente paradossale. Vale a dire che Fini sia, fatti tutti i conti, un politico tutt’altro che solo e tutt’altro che di sinistra.  E che chi lo immagina come un errante in cerca di applausi nel bel mondo, quello che assegna i voti e concede patenti di legittimità ai reprobi, abbia idee politicamente confuse o magari, più semplicemente, qualche pregiudizio di troppo o qualche malizioso interesse da far valere.

La solitudine, per cominciare. Tutto nasce dal fatto che i cosiddetti “strappi” che hanno segnato la sua carriera politica degli ultimi anni – il voto amministrativo da concedere agli immigrati stabilmente residenti in Italia, le apertura all’ingresso della Turchia nell’Unione europea, le frasi sulle leggi razziali come “male assoluto” pronunziate in Israele, la possibilità che il Corano venga insegnato nelle scuole a beneficio degli studenti di religione islamica, l’appello alla libertà di coscienza in materia di bioetica, il riconoscimento dell’antifascismo come valore fondante della Repubblica, la difesa delle prerogative del Parlamento contro i rischi di un suo progressivo esautoramento, le aperture in materia di diritti civili e di cittadinanza – non abbiano trovato riscontro o sostegno tra gli stessi dirigenti e militanti del suo partito. Tutte queste prese di posizione – peraltro quasi mai discusse nel merito, oggetto piuttosto di artefatte polemiche giornalistiche – sono spesso state interpretate come “fughe in avanti” fatte apposte per provocare o disorientare, come il tentativo consapevole di scavare un solco, divenuto alla fine fatalmente incolmabile, tra un capo sempre più sdegnoso e autoreferenziale e un ambiente politico e umano divenuto agli occhi di quest’ultimo un insopportabile freno alle sue ambizioni.

Ma è proprio così? Davvero Fini ha cercato di divorzio dal suo mondo in vista di chissà quale incerto futuro? Senza scomodare i sondaggi, che in questi anni hanno sempre registrato il suo alto tasso di popolarità e di consenso sia nell’opinione pubblica sia all’interno dello stesso elettorato di destra, viene da chiedersi, per cominciare, quale strano e curioso leader sia quello che si limita a registrare gli umori correnti senza mai tentare una sortita in avanti o uno “strappo” rispetto ai sentimenti diffusi. In un mondo che cambia – e con quale velocità! – la politica deve certo offrire certezze e rassicurazioni, ma non per questo deve dare risposte facili e scontate ai problemi. In ogni caso, per offrire soluzioni bisogna prima avere chiaro il problema. Un leader, qualunque cosa significhi questo termine tanto abusato nell’odierno linguaggio politico, è poi qualcuno che per definizione precede la truppa e indica la direzione di marcia, spingendosi alla scoperto. Che farsene di un politico che ti racconta ciò che già sai o che ti accontenta dicendoti esattamente ciò che ti aspetti? Stando così le cose, le sortite di Fini in questi anni mentirebbero di essere considerate sotto una luce diversa. Non come provocazioni inutile o avventate, come una deliberata presa di distanza dal proprio mondo di riferimento, ma piuttosto come il tentativo di misurarsi, senza più paraventi ideologici o schematismi, con la realtà del proprio tempo, come il tentativo di suggerire strade e soluzioni diverse da quelle più battute e scontate. Come un invito, rivolto innanzitutto alla destra, a prendere atto dei cambiamenti repentini – d’ordine culturale e politico – intervenuti negli ultimi quindici-vent’anni sulla scena storica, italiana e internazionale, e a comportarsi di conseguenza, senza paura e con decisione. Anche al prezzo di mettere in discussione qualcuna delle vecchie certezze.

Ma quanto è di destra Fini, per venire alla seconda e più dirimente questione? La sua attuale collocazione politico-ideale sarebbe, secondo la caustica definizione di Marcello Veneziani, quella di una “sinistra in ritardo”; o nella migliore delle ipotesi quella di una destra afflitta da gravi complessi di inferiorità e priva ormai di una qualunque bussola valoriale. Una destra bollata come agnostica, laicista, radicaleggiante, relativista, miseramente pragmatista, che usa il paravento della post-ideologia per nascondere la sua assoluta mancanza di idee. Un non-destra, appunto, una sinistra appena camuffata. La destra vera, autentica, profonda – quella popolare, rispettosa della tradizione e della religione, radicata nel costume e nel “buon senso” degli italiani, amante dell’ordine e del merito – sarebbe ormai solo quella interpretata, a vario titolo, dalla Lega di Bossi e dal carisma berlusconiano. Ma viene da chiedersi, anche in questo caso, se non si tratti solo di un colossale equivoco, alimentato ad arte e nel quale in molti sono tropo facilmente caduti.

Il fatto di non invocare la maniere forti contro gli immigrati, di non accettare discriminazioni basate sul colore della pelle, di battersi per un reale integrazione nel tessuto nazionale degli “stranieri” regolarmente residenti in Italia, davvero tutto ciò può essere visto come un cedimento al sentimentalismo tipico della sinistra?  “Legge & ordine”, ripetono continuamente coloro che pensano di saperla lunga, è il motto canonico della destra. Ma appunto in quest’ordine: prima la legge, vale a dire il rispetto delle regole, della legalità e delle istituzioni, e poi – come prodotto di quest’atteggiamento – l’ordine, che però non deve mai essere confuso con l’ordine delle caserme. Ricordare una così elementare verità significa, per parafrasare Totò, “buttarsi a sinistra” o rinnegare la destra cui si è appartenuto? Una destra, quella italiana, che in passato ha conosciuto discriminazioni e messe al bando e che quindi è naturale che manifesti oggi una particolare sensibilità in materia di diritti civili. O anche questo deve essere considerato un cedimento o peggio un tradimento? Ci sono poi la tradizione, il passato, il culto delle memorie e degli antenati: tutte cose sagge e belle, che la destra finiana – ammalata di futuro – avrebbe messo in un angolo. Ma le destre che nella storia hanno contato sono sempre state – guarda caso – quelle che hanno affrontato a viso aperto le sfide della storia, che hanno saputo interpretare e guidare il tempo presente, non quelle che si sono rimpannucciate nel ricordo del bel tempo andato o che si sono lasciate struggere dalla nostalgia: quelle che hanno costruito il futuro, non quelle che lo hanno temuto.

I conservatori veri, a ben guardare, sono sempre rivoluzionari, partono dal passato per spingersi nell’avvenire. C’è poi il senso religioso della vita, l’apertura alla trascendenza, il riconoscimento del rilievo pubblico e civile che svolgono, anche nelle odierne società secolarizzate, le grandi religioni. Bene, ma che c’entra tutto questo con il dogmatismo religioso, con la Chiesa utilizzata come fonte di dottrina politica ad intermittenza e secondo le convenienze del momento, con il Papa tirato in ballo quando si tratta di difendere la vita o gettato alle ortiche quando predica contro il “dio denaro” o invoca “senso dell’umanità” per gli immigrati? Molti sono convinti – a leggere certa stampa cosiddetta “’d’area”, che essere di destra significhi sempre e comunque alzare la voce e fare la faccia cattiva, dimostrarsi intransigenti e duri di cuore – e guarda caso sempre con i più deboli. Ma in quale libro sta scritto, dove lo si è letto, a quale tradizione si è attinto? Sarà un caso, ma quelli sempre arrabbiati e in urto con il mondo sono quasi sempre quelli che hanno poco da dire o che hanno la coscienza e l’anima sporca. I puri di cuore di solito sono miti e pensosi.

Qualcuno a destra è arrivato anche a confondere il “realismo”, che è la virtù del politico saggio, con il “cinismo”, che è il sigillo di una coscienza politica immatura. Abbracciare il primo e rifiutare il secondo è forse da “comunisti”? Ah, dimenticavo, l’identità – parola magica ed evocativa, che torma sempre nelle parole della destra tutta d’un pezzo. La destra vera è per l’identità, forte, chiara, netta, riconoscibile, quella spuria finiana non è nulla e non vuole essere nulla. Ma anche in questo caso ci vuole poco a dimostrare che chi è senza identità – concetto comunque dinamico e mai fisso – è il primo a rivendicarla ad ogni passo, a farne uno scudo retorico a difesa della propria debolezza di carattere.

Insomma, da qualunque parti la si rigiri quella finiana, così come declinata in questi anni, appare pur sempre una destra – ammesso che dirsi di destra o di sinistra abbia ancora, come nel passato, un senso cogente. Potrà magari non piacere, potrà essere considerata eretica o fuori dal coro, ma comunque è sempre meglio, a considerarla con attenzione, dell’abbecedario un tantino forcaiolo e qualunquista che in questi anni è stato veicolato a mani basse da una classe politica di centrodestra questa sì, nella sua maggior parte, davvero a corto di idee e di ideali.

A Fini non dispiace essere considerato di sinistra. È ovviamente una provocazione, ma la si può capire, specie se si continua a pensare che stare a destra equivalga a insultare il prossimo e a titillare gli istinti peggiore di ognuno di noi. Ma il popolo – quello di centrodestra incluso – è al dunque saggio e benevolo, coscienzioso e amorevole, spesso assai diverso e migliore di chi lo rappresenta. Ed è possibile dunque che abbia finito per stancarsi di chi tende a catturarne il consenso a colpi di slogan truculenti e di discorsi allarmistici.

Fini, per come lo vedo io, è un uomo di destra, il rappresentante di una destra che non ha timore di cambiare e di aprirsi alle novità. E ho anche l’impressione, guardando al paese e ai sentimenti diffusi nell’elettorato di centrodestra, che sia tutt’altro che solo e sconfitto. Bisognerebbe solo aver la forza di riconoscerlo, invece di continuare con certi stucchevoli ritornelli.

21 marzo 2009

 
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