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Che cosa significa essere europei oggi

Inutile bussare, non risponde nessuno

di Federica Colonna Lunedi  25 maggio, 8.45, stazione Termini, folla dei pendolari, calca, caldo, sudore, sandali.

In mezzo a quest’inferno di umanità appiccicosa, che nemmeno Lars Von Trier a Cannes, ci sono facce e faccioni che spuntano sorridenti da ogni lato, denti bianchi e sguardo brillante, esattamente l’opposto dell’espressione del 90% dei presenti, buona parte dei quali con lo sguardo invitellito e assonnato rivolto altrove.

In uno spazio così circoscritto due altrove si contrappongono: quello dei faccioni sorridenti, i candidati, che guardano all’Europa e al seggiolone che, forse, occuperanno (molti dei quali per andare in pensione), e quello dei passanti, insegnanti, studenti, consulenti (come me), impiegati, pezzi di un’umanità più o meno desiderosa di aria condizionata e di mare, montagna, campagna , tutto ma non città. Sicuramente non Bruxelles.

Due sguardi e una domanda sospesa: ma la campagna per le Europee qualcuno la guarda?

Tendenzialmente no, nessuno o pochi, perché l’Europa non parla a nessuno e questa volta (ma è mai successo?) nemmeno ci prova.

Da qualunque direzione si guardi, qualsiasi prospettiva si assuma quest’Europa è fredda, distante, inesistente. Così come la raccontano i candidati.

Quando si fa campagna si racconta il futuro, si descrive un’idea, e più quell’idea è appassionante, carica di emozione, più convince, più diventa un obiettivo da raggiungere insieme, uniti, elettore e candidato, faccione brillante e faccetta sudata alla stazione.

Fare campagna significa parlare al cervello e al cuore, attivare quella rete di associazioni emotive e desideri che permettono ad un progetto individuale o di partito di diventare un progetto politico, riguardante, cioè, la polis, la città, le persone, orientato al futuro. La campagna deve raccontare un’opportunità da cogliere, per cui appassionarsi, un puzzle di identità da portarsi dietro.

Ma dove stanno, alla stazione Termini e in tutta Roma, per strada e sui manifesti, dove stanno insomma le emozioni, gli immaginari, le idee in questa campagna?

Non ci sono. Almeno non emergono se non parzialmente, i candidati cercando di descrivere un’Europa utile ma la presentano scialba, vuota, inconsistente. Perché l’Europa utile lo è stata solo in parte, potrebbe/dovrebbe esserlo di più, ma non in questa forma, non continuando così e sicuramente non come viene prospettata, non con questa narrazione.

I pezzi di racconto che vengono fuori dai manifesti sono strizzate d’occhio alla disillusione, alla stanchezza, sottintendono, nemmeno in modo troppo velato, che questa Unione finora è servita a poco e a pochi. Qualche esempio:
Manifesto: “Portiamo il Lazio in Europa”. Passante: perché, dove sta?
Manifesto: “Voglio portare l’Italia in Europa”. Passante: stessa domanda, come sopra.
Manifesto: “Possiamo cambiare, crediamoci”. Qua il passante si chiede: ma con chi ce l’ha? Ma chi può cambiare? I parlamentari? Il partito? Chi ci deve credere?
Manifesto: “L’Europa che ci crede”. Passante: come dire, abbocca sempre all’amo….

«La politica ha sempre riguardato tanto le identità e la comunità quanto l’economia. Definire gli interessi personali in termini puramente economici è un’impostazione che riduce un partito a poco più di un dipartimento risorse umane… Invece di un partito che si occupi delle questioni fondamentali della vita: chi siamo, come organizziamo la nostra società e che cosa significa essere americani in questo momento della storia». Garance Franke-Ruta, American Prospect, 2004.
E, invece, cosa significa essere europei, qui e oggi? Inutile bussare, non risponde nessuno.

26 maggio 2009

 
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