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Una proposta: che Fini rischi di suo, con la gente che ci sta

Pacato elogio dell'attraversamento

di Raffaele Iannuzzi* Honoré de Balzac pensava che gli uomini potessero essere classificati a seconda del tipo di "andatura" mantenuta nel corso della giornata, il passo, insomma, che calca e pesta il selciato, ri-calcando i pensieri, i toni dominanti e le passioni vivide del vivere individuale. Ogni individuo, un'andatura. Una testa, un voto: qui, un pensiero, un taccheggiare specifico. È anche questo un ordine del discorso, rispettabile, epistemologicamente decoroso, rigonfio di sensi e senso. D'altra parte, Ludwig Wittgenstein, nel Tractatus logico-philosophicus, osserva che «l'immagine è un fatto» (2.141) e che, d´altra parte, «l'immagine è connessa con la realtà; giunge ad essa» (2.1511). Anzi, «essa è come un metro apposto alla realtà» (2.1512). Poi, per rappresentare l'immagine, occorre «la forma logica». Alla fine, questa «forma logica» si traduce nell´ «immagine logica» (2.181). E quest´ultima - l´immagine logica - «può raffigurare il mondo» (2.19). Il verbo usato da Wittgenstein è chiaro, antico: bilden. Con il rafforzativo: abbilden. Ergo: Balzac vedeva gli uomini e le donne trascorrere la vita nel mondo sociale, con il passo fisico registrato da Walter Benjamin, nella Parigi del XIX° secolo: il flâneur.

Disincantato - ma non svagato - passeggiatore per le vie metropolitane, marginale ma non irrilevante. Individuo di forte tempra libertaria. In cerca di un ordine, dunque. Perché, per essere libertari fino in fondo, è necessario avere un ordine interiore, prendere se stessi molto sul serio. Occorre, cioè, per ripetere Wittgenstein, raffigurare e costruire in se stessi il mondo che si vuole attraversare e cambiare. Può, la politica, sopportare questo complesso snodarsi di nessi e forme, diverse dalla sintassi politicistica, eppure non pensabile senza la politica come professione, nel senso weberiano del termine? Vivere di politica. E, così, per la politica. Gianfranco Fini destruttura da 15 anni il suo mondo interiore e i nessi comunitari che lo hanno battezzato politico di professione - e tale è, nel senso oggettivo e storico del termine - per giungere al passo individuale, inaccettabile dalla comunità dei replicanti, e alla forma costruita e ricostruita in rapporto alla storia, ai mutamenti, al disordine. Elogio del caos senza replicanti necessari, se vogliamo.

Questo è un metodo di approccio e ricostruzione del politico come esercizio della politica nell´età della disillusione, del disincanto e del «naufragio con spettatore» (Hans Blumenberg): alla politica non si può più chiedere troppo e perfino la democrazia è un'esperienza contrastante, aporetica, un' «utopia tradita» (Pierre Rosanvallon). In questo clima spirituale e comunitario, rileva l'andatura individuale, anche all´interno del "ruolo istituzionale", e la ristrutturazione di una forma che non ha precedenti, ancorché non provenga da partenogenesi di divinità minori e perdenti.  Questo è il punto metodologico: l'attraversamento. Del deserto del reale (Slavoj Zizek). Chi attraversa può anche girarsi indietro e non trovare nessuno, in questo deserto che insabbia i cuori e le menti. La postmodernità, per non perdersi nel "senno del post", deve avere questo potere di attraversamento, anche linguistico: c´è un ordine del discorso in tutto questo e c'è sempre di mezzo l'autorità e l'uso della lingua.

La domanda: «Dove sta andando Fini?» è legata a questo ordine del discorso, in qualche modo lo legittima, lo tende fino all'estremo. Perché l'andatura di chi attraversa cerca altri passanti, ma mira ad attraversare luoghi apparentemente noti, infine ignoti ai più. Sconosciuti anche all'attraversatore-ricostruttore di forme linguistico-politiche. L'aspetto post-moderno di questo movimento interno alla coscienza e alla fisiologia della politica come ricostruzione di un altro ordine del discorso è interno alla "retorica democratica", per dirla con Luciano Canfora, ma, stavolta riprendiamo Rosanvallon, nell'età della disillusione democratica.

Poiché alla democrazia si è chiesto troppo ed essa ha ceduto le armi, è rimasta inerme ed inerte, impastata di retorica, l'ultimo prodotto patchwork buono a ogni uso lo conosciamo fin troppo bene: la post-ideologia. Fuffa retorica e insieme genesi della retorica democratica. Fuffa-retorica democratica frequentate fin troppo da chi sta intorno a Fini, così vien fatto di pensare, come se, dopo le ideologie novecentesche, possa bastare l´attraversamento. Che non basta. In senso brutale, poi, l'attraversamento, per alcuni è solido posto di lavoro, occupazione da "intellettuale organico" per un progetto ab origine dis-organico. Nessuno scandalo, è così da sempre, e la modernità procede per élites e reclutamento di organici intellettuali e politici. Vagliamo tutto e tratteniamo il valore. Ovvero:  sia come sia, rimane l'attraversamento-ricostruzione, dentro la fuffa-retorica democratica. Va da sé: qualcosa, di non minore portata, non persuade.

Evitiamo la disastrosa e puerile questione-leadership. Residuo di un Ego collettivo che non vuole funzionare senza formazioni reattive: se tu pensi così, allora...Sbagliato. Legittimo tutto l'attraversamento più fuffa-retorica democratica. In politica vige la legge schmittiana terra-mare, dunque spazi: si occupa ciò che rimane vuoto, libero e, così sgombrato, senza cautela e raziocinio. Chi sbraita e si dimena scompostamente, chi si indigna, è un poppante politico e un uomo senza cognizione di causa politica, pericoloso, dunque. Ognuno gioca la sua partita, punto e a capo. Gianfranco Fini gioca la sua, il Pdl è certamente più grande dei suoi attraversamenti-ricostruzioni. Rimane aperto il gioco linguistico operante in tutto ciò. Due punti e una modesta proposta per prevenire ricostruttivamente.

Primo punto: la laicità è verità che implica relatività e scetticismo ben dosati. Il dosaggio appartiene alle menti erasmiane e ratzingeriane più compiute, quando non c´è questa dottrina severa e rigorosa, l'effetto è inferiore alle aspettative dei laici con il bollino blu. Di laicità si parla con il rigore storico, perché ogni figura di laicità ha una sua storia. Non esiste che si dica: le leggi non devono essere ricettacoli di verità religiose, perché la re-ligio è forma intellettuale e in tutto il mondo - non solo occidentale - si dibatte di religione in termini di offerta religiosa e non di domanda, dunque, quando l'offerta sale, la partita diventa competitiva e lo Stato deve accettarla, sine ira ac studio. Su ciò, si leggano le pagine illuminanti di Rodney Stark-Massimo Introvigne, Dio è tornato. Indagine sulla rivincita delle religioni in Occidente (Piemme, 2003, €9,90).

La cosiddetta "laicità positiva" si inscrive nell'offerta di religione civile, pubblicamente dimostrabile e nella domanda di senso che, dopo la disillusione democratica, perfino laici di tre cotte come Marcel Gauchet stanno registrando. Tant'è vero che non abusano più del weberiano "disincanto", anzi...Del resto, basti rivisitare l'antesignano della "laicità positiva", cioè Giovanni Gentile, il quale, ben prima della "destra nuova" di Sarkozy aveva scritto, in Genesi e struttura della società (1943): «È forza distinguere tra laicità negativa e positiva: quella di chi ignora la religione, e vi rinunzia; questa, di chi la conosce, se l'appropria, ma la supera. Questa è la laicità superiore dell'uomo (e dello Stato) che sa la religione elemento essenziale alla propria esistenza; e cura perciò il suo sviluppo, promuove l´educazione religiosa, favorisce la religione nazionale, ecc. (...) La laicità inferiore è la laicità degli ignari e degli impotenti». Dopo si parla del Dio necessario anche alla logica, dunque ci fermiamo, bastano queste indicazioni gentiliane. Chi attraversa, ancorché nella fuffa-retorica democratica, deve saper apprendere dai vecchi maestri, per poi trangugiarli in nuovi ordini del discorso. Questo è veramente post-moderno. Se no, si fa una battaglia di retroguardia, al di fuori della storia reale. Con scenari paralleli elevati a mantra-guida. Nihil novi sub sole.

Secondo punto:  laico è colui che nega gli assoluti terrestri. Quelli scientisti sono i più totalizzanti e filo-giacobini. Il principio di precauzione vale, come aspetto etico e laico dell'homo laicus, per gli uccellini da rispettare, l'ambiente da curare, le piante ecc. Perché non dovrebbe valere per la persona in uno stato definito terminale di vita, ma viva perché attorno a sé ha una comunità di esseri senzienti e volitivi che la vuole in vita, che ne coltiva la bellezza del sorriso, che non accetta la definizione giacobino-illuministica (vs il vero illuminismo erasmiano-ratzingeriano, laico che di più non si potrebbe, si badi) per cui chi non pensa secondo schemi dialettici consolidati, non ama fisicamente e carnalmente, non sputa contro il proprio simile e non vive nei salotti, ebbene costui/costei non avrebbe più diritto a vivere. Qui l'a/traverso deve rifarsi daccapo in direzione della ricerca autentica, se non rischia di rifarsi solo il trucco e permane soltanto come macchina reattiva produttrice di Ego spiantati, che, oggi, si buttano nella mischia, perché sistemati nel ruolo politico-sociale. Laicità positiva per il ruolo, null'altro che questo. Mosche cocchiere.

Modesta proposta. Che Fini attraversi e rischi di suo, con la gente che ci sta. Noi non siamo d'accordo con molti suoi assiomi, per le ragioni fin qui addotte. Che Farefuturo si allei oggettivamente con Italianieuropei  non ci scandalizza, né ci indigna, casomai ci muove alla facile profezia: il nuovismo muove le solite acque. In ballo c'è la cinica borghesia del ´92-93, citata dal ministro Maurizio Sacconi. Nihil novi sub sole. Uno si gira e qualcuno trova, ma forse, in quale caso, sarebbe meglio il deserto. Perfino dei Tartari. Radicalizzare la dialettica - ecco la proposta - con questo metodo di alleanze e di ricostruzione fittizia di blocchi sociali dominanti, val bene la fatica di una comunità politica altra da chi l'ha mandata in vacca, anche in Europa. E non c'entra Berlusconi, c'entriamo noi, che vogliamo il Pdl ben oltre le sue classi dirigenti, sebbene attraverso esse (questione di tempo, tattica, indice stratetegico ben orientato: stare ai margini, oggi, può pagare per studiare e rilanciare). La mossa di questa ragione non spariglia alcunché, consolida gli anni ´90, produttori della crisi presente, ma essa ha le sue ragioni. Dunque, l'infantilismo non paga. Il cinismo veteroborghese, infine, può attendere. Noi saremo altrove.

*Giornalista e scrittore, ha da poco pubblicato Il suicidio della modernità

3 giugno 2009


 

 
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