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Nell'astensionismo, l'abbandono del Sud

La folle inutilità
di inseguire la Lega

di Luigi Di Gregorio Una delle letture più ricorrenti, nel dibattito interno al centrodestra, sull’esito del voto alle elezioni europee è che il Pdl sia stato abbandonato dal Sud. Se guardiamo ai dati, ci rendiamo conto in effetti che un abbandono c’è stato, anche se non un tradimento. Nella circoscrizione meridionale il Popolo della libertà ha preso il 43% dei voti, quasi doppiando il Pd, e nella circoscrizione insulare ha vinto con 12 punti di scarto rispetto al suo principale competitor. Dunque non un tradimento – il Pdl è saldamente primo partito – bensì un abbandono che spiega i quasi due milioni di voti persi al Sud rispetto alle elezioni politiche di un anno fa.

Nella circoscrizione meridionale ha votato il 64% degli elettori, a fronte di un 66% nazionale e di un 71-72% nelle due circoscrizioni del Nord. È vero che da sempre l’astensionismo raggiunge livelli più alti nel Meridione per ragioni storiche che non è il caso di affrontare in questa sede. Oggi però alla “questione meridionale” si somma una “questione insulare”. Nel senso che il 47% di elettori votanti nelle isole è un dato particolarmente basso, a cui va a sommarsi, a danno del Pdl, la forte affermazione dell’Udc e della lista Mpa-La Destra-Pensionati-All. di Centro. Insomma, l’Italia meridionale non ha affatto tradito il Pdl, ma senz’altro vi sono segni di abbandono con avvisaglie in Sicilia nei giorni scorsi fin troppo evidenti (non a caso proprio in Sicilia si registra la perdita maggiore per il Pdl, con 625mila voti in meno rispetto all’anno scorso).

Se invece ci spostiamo al Nord, la tesi prevalente è un’altra, ossia la grande affermazione della Lega. Qui però sarei più cauto. Se è vero che in termini percentuali la Lega è cresciuta di due punti rispetto alle politiche dell’anno scorso, è altrettanto vero che se guardiamo al numero di voti in valore assoluto il Carrioccio ha incrementato il suo bacino di consensi di soli 100mila voti, a fronte di una emorragia di consensi del Pdl pari a 2,8 milioni di voti (quasi 2 milioni da Roma in giù e circa 850 mila da Roma in su). È chiaro che il dato va dunque relativizzato, ossia va letto tenendo presente il ruolo giocato dall’astensionismo. Rispetto all’elezione della Camera dei Deputati hanno votato 6 milioni di italiani in meno e di questi 6 milioni una buona percentuale presumibilmente fa parte dell’elettorato potenziale del Pdl. La Lega invece ha fondamentalmente mantenuto i voti ottenuti alle politiche di un anno fa. Pertanto, quando si analizza il voto della Lega Nord occorre valutare con attenzione se e quanto quel 10,2% ottenuto alle elezioni per il Parlamento europeo sia gonfiato dalla bassa partecipazione complessiva al voto.

In altri termini, occorre capire se la Lega avrebbe ottenuto il 10,2% anche con una partecipazione pari all’80% (come alle politiche), il che significherebbe per il Carroccio ottenere 3,7 milioni di voti. Io penso proprio di no. Penso che la Lega abbia di fatto mantenuto i suoi elettori di un anno fa, con un minimo incremento, dovuto soprattutto al fatto che questa volta era candidata in tutto il territorio nazionale: 78mila dei 100mila voti in più sono venuti proprio dal Sud e dalle isole (al contrario, tra Lombardia, Veneto e Piemonte il Carroccio ha perso 240mila voti). Dunque non c’è stato un boom leghista. E provare a inseguire la Lega per recuperare quel 2% di voti che si presume si sia spostato dal Pdl alla Lega sarebbe a mio avviso un errore politico. Anche perché, come detto, questo flusso elettorale non c’è stato. Occorre piuttosto inseguire quel 13% di elettori che non si è recato alle urne.

Non a caso, se guardiamo agli altri paesi europei, ci rendiamo conto che se da un lato il Fn in Francia e l’accoppiata Ukip e Bnp nel Regno Unito sono andati bene in questa tornata elettorale (il vento che viene da destra, gli euroscettici, gli indipendentisti e così via…) è altrettanto vero che l’Ump e i conservatori tendono a differenziarsi, non a inseguirli. Anche perché inseguire un partito a forte connotazione territoriale significherebbe perdere davvero il grande consenso che si ha nel resto del territorio, il che nella questione meridionale (e ancor più in quella “siciliana”) sembra già evidente. Per non parlare delle questioni di politica internazionale e comunitaria (ingresso o meno della Turchia in Europa) e delle questioni legate all’immigrazione e al controllo del territorio.

Un grande partito a vocazione maggioritaria non può inseguire il suo partner – che peraltro vanta meno di un terzo dei suoi consensi – su queste posizioni. Prima di tutto perché non è detto che ciò provocherebbe un flusso di voti dalla Lega al Pdl, l’elettorato leghista è un elettorato fortemente identificato. In secondo luogo perché appiattirebbe il Pdl su posizioni tipiche da partito minoritario e non da grande partito popolare, facendo perdere ulteriori consensi nel resto del paese. Insomma, lo ripeto, occorre guardare ai 6 milioni di astenuti se si vuole recuperare il terreno perso, non ai 100mila elettori in più della Lega. E questo si può ottenere solo differenziandosi dal Carroccio, anziché inseguendolo. 

Differenziarsi significa innanzitutto dettare la linea politica e non essere eterodiretti dal proprio partner minoritario di coalizione. Significa organizzare seriamente un grande partito che per ora fatica a decollare. Significa soprattutto individuare un progetto politico nazionale (e non settentrionale) di ampio respiro che delinei una mission di lungo periodo per il paese, a cominciare dalle riforme istituzionali e dalle riforme strutturali (e non solo congiunturali) per reagire alla crisi economica. I numeri per riuscirci ci sono, sia in Parlamento che nel paese. Basta saperli leggere e non diventarne schiavi.

10 giugno 2009
 
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