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Lega, Di Pietro, Sinistra, Udc e Pd. E quella paura "storica" italiana...

Chi ha paura del referendum

di Luigi Di Gregorio* A corollario dell’articolo di Sofia Ventura, “Referendum, dieci ragioni per il sì” (che condivido pienamente) ecco un breve quadro di chi ha paura del referendum e perché.

La Lega.  È il partito che più di tutti ha osteggiato il referendum per mere ed evidenti ragioni tattiche. Non ha neanche provato a dare giustificazioni strategiche, “di sistema”. In maniera fin troppo trasparente, ha fatto capire, sin dal dibattito sull’election day, che in caso di appoggio esplicito al referendum da parte del Pdl, avrebbe messo a rischio la tenuta della maggioranza. Il perché è presto detto: se vincessero i “si” ai primi due quesiti referendari, il partito con la maggioranza relativa (indipendentemente dalla percentuale di voti ottenuti) avrebbe i numeri per governare da solo e dunque la Lega perderebbe la sua missione storica, ossia quella dei ricatti tipici da “tirannia della minoranza” all’italiana. Della serie “not in my back yard”.

Berlusconi. Quella del premier è una paura indotta. La paura che non raggiungendo il quorum, la Lega lo punirebbe per l’eventuale sostegno dato al referendum, mettendo in minoranza il governo. Ma anche la paura che, vincendo i “si”, comunque lo scenario politico sarebbe difficile da leggere. Se il premier avesse il potere di sciogliere le Camere e andare a elezioni anticipate, probabilmente il suo sostegno al “si” sarebbe pieno. Non avendo questo potere, teme ribaltoni, governi istituzionali in grado di cambiare la legge elettorale e un quadro politico alle prossime elezioni completamente diverso, con un rapporto con la Lega ormai del tutto minato. Della serie “hic manebimus optime”.

Di Pietro. Il paladino della coerenza e del bene comune è stato tra i firmatari del referendum e ha fortemente criticato la scelta di non unificare la data delle elezioni europee e amministrative con quella del referendum. Poi, d’improvviso, il cambiamento di opinione. Anche per lui, alla fine, l’interesse di partito ha prevalso sull’interesse generale. Della serie “faccio il referendario finché mi conviene, poi al momento decisivo…mollo…”

La sinistra radicale. Come la Lega, teme di non avere più la possibilità di tornare al governo, in una eventuale coalizione di centrosinistra. E non poter più essere partito di lotta e di governo è sempre una grave perdita. Della serie “cerchiamo di non farci ancora male…”

L’Udc. L’unico partito che ne fa una battaglia ideologica. L’avversione al referendum dell’Udc non è tattica, è strategica. È la battaglia contro lo scenario bipartitico, nella speranza di tornare ai vecchi fasti di un partito di centro che, per ragioni numeriche e di collocazione nello spazio politico, stia sempre al governo e decida di fatto quale maggioranza determinare, una volta chiaro l’esito del voto. Per quanto mi riguarda, la posizione più deprecabile in assoluto. Quella di chi sogna un proporzionale puro e una determinazione delle maggioranze ex post rispetto al voto. Della serie, “dimmi cosa mi dai e ti dirò se e per quanto governerai…”

Una parte del Pd. La vocazione maggioritaria tanto ostentata da Veltroni dovrebbe portare il Pd in blocco a votare per il sì. Ma quando la vocazione maggioritaria fa i conti con 4 milioni di voti persi in un anno, è logico aspettarsi qualche frenata. E qualche frenata c’è stata, in effetti. Anche in questo caso si può distinguere una tattica da una strategia. In un’ottica strategica, di lungo periodo, il Pd dovrebbe votare si; in una prospettiva tattica invece, data la sua attuale forza relativa, è comprensibile qualche frenata qua e là (5 contrari e 4 astenuti in Direzione e posizioni pubblicamente ostili, quali quella di Bassanini). Della serie “coerenti si, ma fessi no…”

La paura dei governi monopartitici e dell’autoritarismo. In generale, serpeggia un po’ ovunque una paura “storica” del nostro paese. Ossia quella per cui avere un governo monopartitico sia un pericolo per la democrazia, in particolare se il leader di quel partito si chiama Silvio Berlusconi. È la stessa paura che ha impedito in questi 63 anni repubblicani qualunque riforma della forma di governo e del bicameralismo perfetto. Una paura che ha sempre spinto verso la rappresentatività anziché verso la governabilità del paese. Il risultato in termini di rendimento sistemico è sotto gli occhi di tutti: governi sempre precari, debito pubblico record, impasse decisionali a tutti i livelli, assemblearismo, partitocrazia, trasformismo, inciuci, ribaltoni e chi più ne ha più ne metta.  Della serie “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”.

*Docente di Analisi delle politiche pubbliche presso l'Università della Tuscia

15 giugno 2009

 
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