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L'enciclica del Papa rilancia il tema dell'etica dell'economia

Così Ratzinger "sociale"
liquida i teo-con

di Paolo D'Andrea Cosa resterà della Caritas in veritate? E chi sono i vincitori e i perdenti nella partita virtuale delle interpretazioni applicate alla prima enciclica sociale del Papa tedesco? Nel primo round di commenti, tra sbavature retoriche, forzature e banalità, sono emersi anche indizi interessanti sulla diversa collocazione che i tanti partiti culturali e ecclesiali riserveranno al nuovo documento papale nel proprio archivio della memoria. Come ha scritto il National Catholic Reporter, settimanale cattolico statunitense, l’enciclica «offre sia alla destra che alla sinistra qualcosa da esaltare e qualcosa per cui irritarsi».

L’appeal bipartisan dell’enciclica è emerso di riflesso anche dagli interventi più sfiziosi apparsi ieri sulla stampa italiana. Nella curva degli entusiasti si sono ritrovati fianco a fianco personaggi assortiti con bizzarra fantasia. Il banchiere cattolico Ettore Gotti Tedeschi, considerato vicino all’Opus Dei e accreditato come futuro presidente dello Ior, ha candidato il Papa al premio Nobel per l’economia, perchè dribblando gli analisti professionisti Benedetto XVI ha suggerito che la radice ultima della crisi è «il crollo della natalità nei Paesi sviluppati» (tesi che peraltro lo stesso Gotti Tedeschi caldeggia da tempo, anche nei suoi dotti articoli sull’Osservatore Romano). Da altra sponda, il professore “prodiano” Stefano Zamagni ha fatto addirittura gli onori di casa, presentando ufficialmente l’enciclica in sala stampa vaticana e esaltandola come una “road map” per uscire dallo schema del “conservatorismo compassionevole” bushano e espandere l’economia sociale sul modello del no-profit. Ritanna Armeni dale colonne del quotidiano il Riformista ha invitato la malmessa sinistra italiana a «leggere e sottolineare» l’enciclica ratzingeriana, che a suo dire «contiene molte idee e valori storicamente definiti di sinistra, e sui quali la sinistra farebbe bene a tornare». Mentre il sottosegretario al welfare Eugenia Roccella ha legittimamente messo la sua bandierina sulla netta asserzione ratzingeriana secondo cui «la questione sociale è diventata integralmente questione antropologica», ribadendo che per la dottrina sociale cattolica gli “ultimi” da tutelare sono innanzitutto i più fragili, «e dunque gli embrioni, i non ancora nati, i disabili estremi, i malati gravi». Perfino l’attempato leader della Teologia della liberazione Leonardo Boff si è unito al coro di elogi, notando che se finora «la Chiesa era apparsa più concentrata sugli affari interni, con questo documento dal taglio fortemente sociale compie una grande apertura al mondo».

Dopo i mesi bui delle polemiche sul preservativo e sul Negazionismo lefebvriano, dopo le campagne stampa che descrivevano una Curia allo sbando e Benedetto XVI come un arcigno fustigatore dell’umanità derelitta e peccatrice, la buona stampa di cui sembra godere l’enciclica sociale porterà una brezza di sollievo nei Palazzi d’Oltretevere. E forse convincerà qualche monsignore che non è vero che gli insulti e il disprezzo da parte del mondo sono la prova dell’autenticità della propria testimonianza alla verità senza se e senza ma. Il consenso trasversale riscosso dall’enciclica ha forse addirittura qualche tratto umoristico.
Può fare tenerezza una sinistra che si trova a applaudire il Papa “conservatore” per averla aiutata a riscoprire i poveri. Ma nella sua radice ultima, proprio tale inaspettato consenso conferma che lo sguardo della Chiesa sulle vicende degli uomini può suscitare simpatie e accendere spiragli di condivisione al di là di ogni immaginabile barriera culturale e ideologica. Proprio perché la Chiesa non è il Partito della Verità, ma il semplice strumento della grazia e della misericordia del Signore, che predilige per statuto i poveri e i deboli: l’operaio sfruttato e il bambino non nato, la badante irregolare e la donna incinta che vive in difficoltà, tentata dall’aborto; l’anziano e il disoccupato; il clandestino che fugge la fame la guerra e il malato terminale. Tutti contenti, dunque. Ma con qualche significativa eccezione.

A fare le pulci all’enciclica papale, trattenendo a stento la stizza, sono proprio quegli ambienti teo-con che da dieci anni, di qua e di là dell’Atlantico, tentano di accreditarsi come proiezione cultural-politica del cristianesimo “energico” uscito dalle secche della crisi post-conciliare. Emblematica la stroncatura soft di George Weigel, già biografo autorizzato di Wojtyla. Secondo il consigliere dell’Ethics and Public Policy Center, la Caritas in veritate è una creatura «ibrida» (la paragona a un ornitorinco) in cui si possono individuare e sottolineare «in giallo oro» i passaggi riconducibili al pensiero autentico di Benedetto XVI, e si possono sottolineare in rosso le parti “scorrette” elaborate dal Pontificio Consiglio per a Giustizia e della Pace, che sarebbero inficiate dall’inguaribile terzomondismo naif d’impronta conciliare. E Weigel mostra un’insopprimibile nostalgia dei tempi belli della Centesimus annus, quando il Papa polacco buttò cestinò le bozze preparate da quelli di Justitia et Pax e fece scrivere a qualche suo amico filosofo un’enciclica che nel clima euforico del post-89 fu sponsorizzata dai teo-con come una benedizione papale dei meccanismi salvifici del capitalismo.

Anche Michel Novak, altro attempato campione teo-con, ha puntato i fari sulla «comprensibile nostalgia del welfare statale europeo» che animerebbe il Papa tedesco, incapace di cogliere «i falsi presupposti che stanno conducendo quel sistema a una crisi» che invece Giovanni Paolo II aveva già individuato con sapienza nella solita benemerita Centesimus annus. Perfino i terminali italiani della cultura teo-con, non potendo cavalcare la nuova enciclica, parlano d’altro. Il Foglio, di ieri, ad esempio, dedicava al testo papale articoli concettosi tendenti all’astrazione, etichettandolo come un «documento teologico-pastorale le cui argomentazioni si situano nel punto di congiunzione tra le scienze sociali e l’antropologia cristiana che le giudica e le raccorda». Roba dalle nuvole in su. La catena di reazioni anomale di provenienza teo-con evidenzia la crisi del progetto ideologico che proprio quegli ambienti coltivavano da tempo sul pontificato ratzingeriano. Le malcelate nostalgie per il Wojtyla della Centesimus annus sono un effetto collaterale di tale crisi. E del resto, anche l’enciclica Sollicitudo rei socialis del pontefice polacco era stata denigrata dai think thank liberisti of Usa, e già nel 1967 il Wall Street Journal aveva bollato la montiniana Populorum progressio come «warmed up marxism» (marxismo riscaldato). I custodi dell’ideologia liberista hanno sempre avuto difficoltà a cogliere la natura non ideologica della dottrina sociale della Chiesa, che si muove sul terreno della contingenza storica per approssimazioni, senza sacralizzare l’ordine temporale del momento né inseguire utopie messianiche. La Caritas in veritate ha davanti a sé il mondo di oggi, quello della recessione economica globale. La sua realistica e ragionevole analisi dei problemi del tempo (“Speranza e realismo” era intitolato ieri l’editoriale dell’Osservatore Romano) potrà misurare la sua forza attrattiva di consensi anche tra i grandi del G8 riuniti a L’Aquila. E domani, in Vaticano, arriva anche Obama.

(Pubblicato sul Secolo d'Italia del 9 luglio 2009)

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