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L'Italia e gli italiani, a 150 dall'Unità, rischiano di uscire dalla storia

Diciamo la verità: la Lega ha vinto...

di Alessandro Campi Nel 2011 si dovrebbero festeggiare i centocinquanta anni dell’unità d’Italia.  Ma da quel che si capisce, guardandosi per l’intorno, tastando gli umori individuali e collettivi, leggendo qua e là sui giornali, questa data rischia di essere l’anno zero della sua disunione, l’inizio insomma della sua fine come realtà politico-culturale minimamente coesa (il nome, Italia, potrebbe anche restare in circolazione, essendo vecchio di secoli e abbastanza ben rodato, ma sarebbe a quel punto solo un innocuo richiamo sentimentale, verrebbe utilizzato al più come un’invocazione da stadio e, per i più scaltri, come un profittevole marchio commerciale).

Riconoscere una simile eventualità, la fine dell’Italia per consunzione e stanchezza, risulta difficile e imbarazzante, soprattutto in pubblico e nelle sedi istituzionali, ma il movimento della storia e la disposizione degli animi sembrano andare fatalmente in quella direzione, verso l’evaporazione di quella che pure è stata, con i suoi limiti e ritardi, al di là di tutti i possibili contrasti interni, una nazione animata per circa un secolo e mezzo da un senso dell’appartenenza sufficientemente forte e condiviso. Che però, ecco il punto, è progressivamente venuto meno, soppiantato da aspettative e interessi divenuti nel frattempo non più conciliabili o concordanti. Le nazioni, aveva già riconosciuto Renan, sono mortali: scompaiono dalla scena storica quando viene meno la volontà comune che le ha fatte nascere e prosperare. Perché l’Italia dovrebbe rappresentare un’eccezione?

La verità, che si fatica ad ammettere, se non altro perché suona come colpa grave per un’intera classe politica e un intero ceto intellettuale, è che la Lega e il leghismo hanno ormai quasi vinto la loro scommessa disgregante. Hanno vinto, ovviamente, non tanto sul piano politico, in considerazione cioè del consenso elettorale di cui hanno goduto in questi anni, che si può anche considerare intermittente e reversibile, ma sul piano emotivo, mentale e della sensibilità collettiva: per le modalità di pensiero e  gli atteggiamenti che hanno saputo veicolare ben oltre le loro aree di insediamento; perché, senza che nessuno li contrastasse, hanno progressivamente svuotato di significato i simboli canonici dell’appartenenza nazionale (il tricolore, Roma capitale) e dato sostanza politica ad una tradizione storica alternativa (la Padania); perché hanno saputo trasformare, in mancanza di alternative, l’innato particolarismo antropologico degli abitanti di questa parte del mondo in un modello politico a suo modo suggestivo, basato su formule apparentemente innovative ed avanzate: il localismo, il predominio del territorio, l’autodeterminazione, il culto del focolare domestico, la mistica del “piccolo è bello”.

Non ci si può dunque scandalizzare, come ha fatto Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera, se nel programma messo in cantiere per la ricorrenza del centocinquantesimo dell’unità italiana ci siano quasi soltanto iniziative e progetti di respiro cortissimo, concepiti per spartirsi un po’ di soldi e per assecondare i desiderata – spesso eccentrici – di questa o quella comunità.  Quel programma, non a caso condiviso da governi di diversa ispirazione politica, è solo l’istantanea di un paese già ampiamente diviso al suo interno, che ha smesso da un pezzo di concepirsi come una realtà unitaria e solidale, non più tenuto insieme da una storia comune e dall’idea di un futuro da costruire insieme (memoria e progetto: una nazione non è altro che la somma di questi due fattori). Feltri, che è un uomo rude ma capace di andare al sodo, l’ha scritto senza troppi giri di parole su Libero di ieri: perché festeggiare una nazione che è ormai tale solo sulla carta, la cui unificazione molti dei suoi stessi cittadini hanno sempre considerato non una gloriosa pagina di storia, ma una iattura epocale? Se l’Italia altro non è stata che un accidente storico, che l’imposizione di un’oligarchia, perché mai ci si dovrebbe dispiacere della sua troppo tardiva evaporazione?

L’Italia sta scomparendo, senza che nessuno lo voglia ammettere apertamente: nemmeno oggi che si va profilando come estrema linea di scontro tra le forze politiche proprio quella tra Nord e Sud, tra territori ostili e sordi l’uno ai bisogni dell’altro, esattamente come era prima dell’unificazione della Penisola. Ma nel frattempo, come se non bastasse, insieme all’Italia stanno scomparendo anche gli italiani, che semplicemente hanno smesso di considerarsi tali e di vivere esperienze comuni, e per questa ragione rischiano di non essere più un soggetto collettivo riconoscibile.

La costruzione dell’italiano – come sintesi di appartenenze e costumi storicamente spesso assai distanti tra di loro – è stata il frutto di un lunga pedagogia, costata molti sforzi e anche, come nel caso delle due guerre mondiali, parecchio sangue. Si è diventati italiani grazie all’obbligo di leva e alla scuola pubblica, nelle caserme e nelle università, laddove per decenni è stato possibile per i giovani incrociare dialetti ed esistenze individuali. L’italiano è nato attraverso i vasti movimenti migratori interni, per lavoro e per vacanze. Si è formato grazie alla televisione di Stato e all’azione formativa dei grandi partiti nazionali di massa. Ma anche tutto questo oggi sembra essere finito. La tendenza odierna, esaltata come una conquista, è a non spostarsi più dal luogo di nascita, a rinchiudersi nel proprio bozzolo identitario, a studiare nell’ateneo sotto casa, a non interessarsi a ciò che sta oltre il confine ristretto della propria città o regione, a praticare l’autarchia culturale, a riscrivere la storia in una dimensione municipale, a fare politica solo a difesa del proprio interesse territoriale immediato, a riscoprire la lingua dei nonni. Il che appunto significa tornare a dividersi come individui, a non riconoscersi più in un tessuto culturale comune, a sentirsi sempre più distanti gli uni dagli altri.

L’Italia e gli italiani, insomma, stanno lentamente uscendo dalla storia, sull’onda di trasformazioni e processi, di natura sociale e culturale, che nessuna forza politica ha saputo sin qui intuire e sfidare. Ma stando così le cose può bastare un calendario ben assortito e ben finanziato di iniziative e celebrazioni, con l’inevitabile contorno di retorica e parole al vento, per restituire alla nazione un minimo di coscienza di sé, una qualche consapevolezza del proprio passato e una minima speranza riguardo al proprio futuro? Magari fosse tutto così semplice.

Articolo pubblicato sul Riformista del 22 luglio 2009

 
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