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L'esempio di una scommessa vinta da Sarkozy

E se organizzassimo
gli Stati generali della bioetica?

di Mauro Cappelli Sarà per quella capacità tutta francese di intendere la laicità senza scivolare nel facile laicismo. Sarà per quella facilità di riassumere efficacemente tradizione e modernità, di esprimere un forte senso dello Stato senza violentare le libertà dell’individuo. Sarà per l’affezione storica a quegli istituti in grado di offrire rappresentanza a tutte le possibili anime in campo. Sarà un po’ per tutto questo che ci piace quando i francesi decidono di convocare gli stati generali per discutere, da fronti contrapposti, su argomenti di grande interesse pubblico. Come hanno fatto nel caso della bioetica. Per evitare di lasciare alla politique politicienne il destino di un argomento urticante come quello che, con termini prelevati dal vocabolario specialistico e fatti propri dal birignao giornalistico, giunge a invadere sempre più la coscienza individuale.

È stato lo stesso governo guidato dal tandem presidenziale Sarkozy-Fillon a volere la convocazione dell’assemblea plenaria di tutte le associazioni e i comitati civili coinvolti nel tema. Chiusi a giugno dopo sei mesi di discussioni pubbliche e forum popolari (in quello conclusivo a Parigi è intervenuto lo stesso Sarkozy), gli incontri hanno visto al centro del dibattito questioni controverse come la ricerca sulle cellule staminali, l’eutanasia, la diagnosi prenatale e preimpianto,  l’attendibilità dei test genetici o la procreazione assistita medicalmente. Con un successo inatteso in termini di partecipazione civile e di aumentata consapevolezza da parte dei cittadini. Obiettivo raggiunto in vista del percorso legislativo che attende la nuova legge sui temi sensibili, su quell’ambito al confine tra antropologia e diritto che il sociologo Nikolas Rose ha efficacemente definito «la politica della vita».

In Francia infatti è previsto per il prossimo anno il varo della riforma della legge vigente sui temi bioetici (prima del termine della moratoria sulla ricerca sugli embrioni del 2004). Si è cercato, forse per la prima volta, di attivare l’esperimento del consenso informato, del dibattito aperto ai più vari contributi. Da quelli dei non credenti a quelli dei cattolici, passando per tutte le posizioni più o meno conformiste. Tutti raccolti dentro lo stesso auditorium, davanti a un pubblico ogni giorno più attento e partecipe. Una terza via sia rispetto all’asetticità tecnoscientifica di stampo anglosassone che preferisce affidarsi in pieno alle commissioni di esperti sia rispetto alla necessità tutta latina di buttarla sulla contrapposizione ideologica frontale di tutti gli stakeholder.  Sfruttando le potenzialità offerte dalla rete, i francesi hanno scelto la partecipazione e la condivisione, mettendo a punto un fitto calendario di incontri con lo scopo di «allargare il dibattito bioetico al di là del cerchio ristretto degli specialisti in quanto le scelte che saranno fatte riguardano a tutti gli effetti il nostro futuro comune e quello delle prossime generazioni», come ha sottolineato il ministro della salute francese Roselyne Bachelot-Narquin, tra i principali promotori dell’iniziativa.

E i cittadini sembrano aver risposto in modo molto positivo se si considera il pullulare di incontri di approfondimento, dibattiti, convegni che sono spontaneamente nati a margine degli stati generali stessi. La stessa Chiesa ha preso attivamente parte al dibattito, sia partecipando alle attività ufficiali sia promuovendo una serie di iniziative parallele di approfondimento. Rimarcando con il cardinale André Vingt-Trois, arcivescovo di Parigi e presidente della Conferenza episcopale francese, l'importanza dell'esperimento in quanto «in gioco ci sono questioni che toccano la vita della nostra società e della nostra umanità». Ai sei mesi di questa "Woodstock" della bioetica hanno partecipato infatti filosofi e medici, preti e scienziati, politici e comuni cittadini. Non a caso a presiedere l'assise del comitato promotore sedeva Jean Leonetti nella doppia veste di medico genetista e parlamentare francese. Che ha dichiarato con soddisfazione di aver scommesso sull'intelligenza della gente e di aver vinto la partita. Dagli incontri sono emersi documenti condivisi, spesso meno scontati di quelli partoriti dai cosiddetti esperti. Ora tocca al legislatore tenere conto di quanto prodotto da questo esperimento che, con eccesso retorico, possiamo definire di democrazia partecipativa. Di sicuro avrà addosso gli occhi di molti elettori. Occhi attenti perchè più informati. 

Rilanciamo dunque la proposta. Un’idea che affianchi e non sostituisca, ci mancherebbe, la discussione parlamentare (quanto più pacata e responsabile) su questi stessi temi. Un progetto costruito in nome del principio di responsabilità costruito dal basso: per uscire dalla logica prevalente che prevede il ricorso alla pancia dell'elettorato attraverso la contrapposizione netta imposta dall'istituto referendario o per mezzo della brutalità dei sondaggi condotti sull'onda dell'emotività; per evitare l'eterno rimpallo tra aule parlamentari e tribunali amministrativi; per disincagliarsi dalla tendenza di valutare l'eticità di una legge tanto al chilo; per sottrarre il dibattito agli urlatori di professione. Per tutto questo, ma anche per molto altro, non sembra, insomma, peregrino chiedersi: a quando gli stati generali della bioetica anche in Italia?

29 settembre 2009

 
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