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Franco Frattini
Il ministro degli Esteri si dice ottimista sul percorso di Ankara verso Bruxelles

Frattini: «La Turchia è vicina.
Ed è un bene per tutti»

di Federico Brusadelli La “prospettiva europea” della Turchia è un bene per l’intero continente e, ancora di più, per l’Italia. Perché una «piena adesione» di Ankara (nessuna più blanda “partnership speciale”, come quella recentemente proposta da Sarkozy) riequilibrerebbe a sud l’Unione, perché fornirebbe nuovi strumenti per il controllo dei confini esterni e la gestione dei flussi migratori, perché segnerebbe una tappa importante nel rapporto fra Islam e Occidente, perché contribuirebbe alla stabilizzazione di aree “calde” come il Caucaso e il Medio oriente. Per tutto questo, il ministro degli Esteri Franco Frattini si dice convinto che, alla fine, questa lunga “marcia di avvicinamento” – nonostante la ferma opposizione di alcuni partner europei e di certe forze politiche, anche nostrane – si concluderà con successo. E ci sono motivi per essere ottimisti: i passi in avanti del Governo Erdogan su temi come i diritti umani, la questione curda, Cipro e i rapporti con l’Armenia, costituiscono «notevoli risultati» lungo un «cammino virtuoso».

Pochi mesi fa il premier turco Erdogan ha detto di aspettarsi, dopo 50 anni di attesa, “risposte chiare dall’Europa”. Quando arriveranno queste risposte? Insomma, a che punto è il processo di avvicinamento tra Ankara e Bruxelles?
La richiesta di Erdogan è legittima e comprensibile e dimostra il rilievo che il premier turco attribuisce al percorso di integrazione europea della Turchia. Bisogna, del resto, riconoscere che tale percorso ha fatto registrare negli ultimi anni importanti progressi, a partire dall’avvio dei negoziati di adesione nel 2005, anche se negli ultimi tempi ha conosciuto un certo rallentamento, dovuto anche alle riserve di natura politica avanzate da alcuni partner. È comunque vitale che il dialogo non si interrompa. Per questo, l’Europa deve mantenere gli impegni fin qui assunti, anche al fine di non vanificare i notevoli risultati raggiunti negli ultimi anni da Ankara nel processo di riforma, in particolare per il rafforzamento della democrazia e dello stato di diritto e il consolidamento del rispetto dei diritti umani. Dal canto suo, il Governo turco è chiamato a proseguire con rinnovato slancio in tale processo in vista dell’adesione, che si prospetta come l’obiettivo finale di un cammino virtuoso ormai da tempo in corso.

Il presidente francese Sarkozy ha proposto, durante la campagna elettorale per le ultime elezioni europee, di accantonare l’adesione e puntare, piuttosto, a una partnership strategica con la Turchia. Il governo italiano appoggerebbe questa strategia?
Il Governo italiano ha sempre sostenuto e continua a sostenere la prospettiva di una piena adesione della Turchia nell’Unione europea, sulla base dei precisi impegni assunti dagli Stati membri della Ue in occasione del lancio dei negoziati di adesione. Del resto, sarebbe difficile immaginare quali contenuti ulteriori dovrebbe avere la prospettata partnership strategica rispetto all’attuale stato dei rapporti tra Ue e Turchia, già assai profondi in moltissimi settori. Cambiare ora le regole del gioco minerebbe, inoltre, la credibilità della politica di allargamento della Ue nei confronti di tutti i paesi candidati e potenziali candidati, e renderebbe, come detto, molto più difficile per il Governo turco poter contare sul pieno sostegno della propria opinione pubblica nell’attuazione della sua politica di riforme. Rimaniamo comunque convinti che una Turchia “europea” sia nell’interesse stesso dell’Unione, per il contributo che Ankara potrebbe fornire alla stabilizzazione dei vicini paesi del Caucaso, del Medio Oriente e dell’Afghanistan, tutti scacchieri di massimo rilievo geo-strategico per l’Europa e per l’Italia in particolare. Non dobbiamo inoltre dimenticare che, negli ultimi mesi, la Turchia ha dimostrato di voler giocare un ruolo costruttivo sia come “global player” nelle nuove sfide alla sicurezza, sia quale partner in specifici ma cruciali settori quale quello energetico, dove rappresenta un interlocutore per noi essenziale ai fini di una migliore diversificazione degli approvvigionamenti.

Non si può tacere il fatto che, sulla strada dell’adesione turca all’Unione, vi siano degli ostacoli oggettivi e “pesanti”. Soprattutto, la questione cipriota, la scarsa tutela di alcuni diritti fondamentali e la memoria storica del genocidio armeno (a proposito, per l’Armenia nessun futuro europeo?). In tutti questi ambiti, si intravedono miglioramenti all’orizzonte?
Nessuno nega che il percorso sia complesso e che vi siano ostacoli da rimuovere. Ma sarebbe sbagliato enfatizzare solo le difficoltà. Ad esempio, sulla questione armena, sono stati registrati negli ultimi tempi progressi sostanziali nelle trattative tra Ankara e Yerevan – con cui l’Unione europea sta rafforzando i propri legami nel quadro della Politica europea di vicinato – in vista dell’ormai imminente ristabilimento delle relazioni diplomatiche e dello sviluppo dei rapporti bilaterali. Tale risultato è stato reso possibile grazie all’impegno profuso da ambo le parti, a cominciare dagli sforzi compiuti dal Governo turco per vincere alcune resistenze sul piano interno. Anche sul dossier cipriota vi sono stati sviluppi positivi. In occasione della sua recente visita ufficiale a Roma il presidente Christofias ha ribadito la ferma determinazione a proseguire il negoziato avviato nel settembre 2008 con il leader turco-cipriota Talat, con l’obiettivo di una riunificazione dell’isola. Da parte nostra non possiamo che incoraggiare l’impegno messo in campo dai due leader e apprezzare l’atteggiamento turco di sostegno alla dinamica negoziale. Sul tema dei diritti umani, infine, dal 2002 sono state realizzate da Ankara importanti riforme che – nonostante una piccola battuta d’arresto legata alle vicende politiche interne del 2007-2008 – hanno riavvicinato sensibilmente la Turchia agli standard dell’Ue in materia di diritti umani e di libertà di espressione. Ad esempio, sono state apportate modifiche di rilievo alle norme relative al divieto di offesa delle “turchicità”, previsto dal codice penale turco. Inoltre, il governo Erdogan, nonostante la contrarietà dei settori conservatori e nazionalisti turchi, ha promosso negli ultimi mesi un’ampia consultazione delle forze politiche e sociali per individuare misure che consentano di dare una svolta all’annosa questione curda, assicurando in particolare alla comunità curda condizioni di piena integrazione e di tutela delle sue specificità socio-culturali.

È innegabile che un eventuale ingresso di Ankara nell’Ue sposterebbe il baricentro dell’Unione sul Mediterraneo. Sarebbe un bene per il nostro paese, o rischierebbe di creare qualche senso di rivalità? E che effetti si produrrebbero su due questioni che ci riguardano molto da vicino, ovvero il controllo dei flussi migratori e il rapporto con il mondo islamico?
Non v’è dubbio che gli ultimi allargamenti abbiano determinato uno spostamento del baricentro dell’Unione europea verso nord-est. L’adesione della Turchia, così come la progressiva integrazione dei Balcani, contribuirebbe dunque a riequilibrare tale situazione, rafforzando la dimensione mediterranea dell’Europa. L’ingresso di Ankara nell’Ue avrebbe degli effetti certamente benefici anche sul nostro complesso rapporto con il mondo islamico, sia quale segnale di apertura di un’Europa talvolta erroneamente percepita all’esterno come ‘fortezza’, che quale strumento per rafforzare il dialogo con gli altri paesi islamici. A questo proposito, è opportuno ricordare che la Turchia è uno dei paesi promotori della Alliance of Civilisations, iniziativa nata sotto l’egida delle Nazioni unite proprio allo scopo di “gettare un ponte” fra le diverse civiltà e culture. Il modello turco rappresenta del resto un esempio unico di integrazione fra la concezione laica e democratica dello Stato “occidentale” e i valori dell’Islam. Senza dimenticare che la presenza di Ankara nell’Unione potrebbe certamente favorire il processo di integrazione delle sempre più numerose comunità musulmane che vivono in molti paesi membri. In tema di flussi migratori, dovremmo affrontare il tema in modo prudente ma aperto. Da una parte, potremmo individuare alcune misure transitorie “di salvaguardia”, ad esempio per rendere graduale l’accesso al mercato del lavoro da parte di cittadini turchi; dall’altra dobbiamo considerare che l’ammissione della Turchia in Europa consentirebbe di poter contare in pieno su un partner fondamentale per il rafforzamento dei confini esterni dell’Unione e della vigilanza dei crescenti flussi di immigrazione illegale in provenienza dal cuore dell’Asia. Basti pensare al contributo che Ankara potrebbe fornire una volta integrata nel sistema europeo delle intese di riammissione o nelle operazioni condotte dall’Agenzia Frontex.

La Lega, che è partito di maggioranza e di governo, nella campagna elettorale per l’Europarlamento ha giocato la carta del “no” netto alla Turchia in Europa…
Il Governo italiano ha sempre sostenuto con coerenza e, devo dire, con un’azione largamente “bi-partisan”, la prospettiva europea della Turchia. Siamo naturalmente consapevoli dell’esistenza di posizioni non del tutto convergenti all’interno della coalizione di maggioranza su un tema di grande rilievo come questo. Si tratta peraltro di normali dinamiche della dialettica democratica che del resto si manifestano anche – e talvolta con toni più aspri – nel dibattito politico interno di molti dei nostri partner. È innegabile che la posizione della Lega dia voce a legittime preoccupazioni e inquietudini dell’opinione pubblica, che vanno prese in seria considerazione. Personalmente ritengo che questo dibattito sia salutare ma che alla fine ciò che conta siano la posizione che l’Italia prende in concreto su questo punto in ambito europeo e le decisioni assunte dal Parlamento nel suo complesso.

Un’ultima domanda. Fino a dove può allargarsi l’Europa, secondo Lei? In sostanza, i confini dell’Ue sono geografici, culturali o esclusivamente politici?
Le ripartizioni geografiche rispondono principalmente a criteri convenzionali, come tali inadeguati a guidare la marcia di allargamento dell’Unione europea. L’Unione è invece un progetto aperto alla partecipazione di quegli Stati che condividono i nostri valori di democrazia, libertà, stato di diritto, rispetto dei diritti umani e che sono pronti ad assumersi tutti gli impegni derivanti dall’adesione, secondo quanto previsto dall’articolo 49 del Trattato istitutivo. L’allargamento è quindi un processo inclusivo, che finora ha rappresentato un indubbio successo per l’Ue e una prova della capacità di attrazione del modello di integrazione europea. In alcuni casi tale processo ha comportato sacrifici tangibili anche notevoli per gli Stati membri e per i loro cittadini; ma dobbiamo riconoscere che nel complesso esso ha fornito un contribuito inestimabile alla stabilità, alla pace e allo sviluppo del nostro continente. Contributo di cui evidentemente tutti – paesi fondatori e nuovi membri, Stati candidati e paesi vicini – abbiamo beneficiato. Certo non si può immaginare che questo processo continui all’infinito; d’altra parte, l’Unione ha messo in campo molteplici strumenti di collaborazione anche molto stretta ed intensa con molti paesi che ricadono nello “spazio europeo” senza che ciò necessariamente implichi l’avvio di un cammino di adesione, com’è invece avvenuto nel caso della Turchia. L’Unione è chiamata a mantenere gli impegni assunti verso tutti secondo diverse modalità e modelli di partnership, tutti politicamente assai significativi.

3 ottobre 2009

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