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Due quotidiani a confronto con uno sguardo a certi meccanismi lessicali

Il Giornale e il Fatto:
più simili di quanto sembra?

di Arturo Tancredi Le parole ci stancano, diceva un poeta. La lettura dei giornali, esaurita la scarica di adrenalina quotidiana, lascia una nausea leggera. Ne risulta l’immagine di un paese dilaniato, incanaglito, sull’orlo della guerra civile e culturale. Eppure, richiusa la mazzetta, le parole tornano a stancarci: si assomigliano e si sovrappongono. I fronti contrapposti della stampa più schierata sembrano attingere a un medesimo bagaglio lessicale: formule retoriche, soprannomi, calembour, colpi ad effetto, titoli, tic gergali.
 
Prendiamo i due quotidiani più battaglieri, proviamo a confrontarli. A destra il Giornale di Vittorio Feltri, a sinistra il Fatto Quotidiano dell’accoppiata Antonio Padellaro-Marco Travaglio: proviamo a rintracciare, al di là delle linee editoriali, i tratti comuni. Tratti che sempre hanno a che fare con la parola, con l’uso spericolato della parola. Tralasciando i citare anche gli autori degli articoli, per sottrarre personalità allo scritto, sopravviene una leggera vertigine nel ritrovare quasi una medesima matrice glottologia da una parte e dall’altra.

Un giorno non a caso: il giorno dopo la sentenza della Consulta sul Lodo Alfano. In prima pagina sul Giornale: «Ebbene, sì! La Corte Costituzionale purtroppo gioca come il gatto col topo». Il commento del Fatto Quotidiano: «In questo momento di gioia irrefrenabile per i sinceri democratici…». Sarà ironico? No, non lo è. Anche se un altro articolo, sempre sul Fatto, a pagina tre, comincia così: «L’assoluzione dell’on. Gen. Roberto Speciale per le spigole aviotrasportate con aerei di Stato riempie il cuore di gioia».
Ma restando al Lodo Alfano, incalza Il Giornale: «La sinistra, supportata da giuristi di scuderia (basta un fischio per convocarne cento), dirà che il Lodo Alfano protegge solo le alte cariche dello Stato creando una disparità». Replica il Fatto Quotidiano: «Il duo comico Pecorella & Ghedini, i Gianni e Pinotto del diritto e soprattutto del rovescio collezionavano un’altra figura barbina».

Insomma, la prima impressione è di una parola sovraccarica di sentimento, mai distaccata, mai fredda. Anzi, calda, caldissima. E poi l’uso sbrigativo e liquidatorio del giudizio sull’avversario (“giuristi di scuderia”, “Gianni e Pinotto del diritto”). Discende da un certo ramo del giornalismo italiano – quello che promana in ultimo da Indro Montanelli ed Enzo Biagi – invece l’accostamento tra termini alti e bassi, tra linguaggio tecnico e popolare (“la Corte Costituzionale purtroppo gioca come il gatto col topo”, “un’altra figura barbina”). Proverbi, modi di dire, lessico familiare e popolare per risolvere una soluzione, per chiarire un concetto o svelare una metafora, attingendo alla frase spesso conclusiva dei discorsi da Bar Sport, questa volta declinati su carta stampata. Insomma, un modo per dire: parliamo come voi lettori, sappiamo andare al sodo dei problemi, non limitandoci a quel che vogliono farci credere o  farvi credere.

L’altro tic lessicale riguarda i soprannomi. Anche qui precedenti illustri, come Fortebraccio, ad esempio. Eppure questi calembour sui cognomi o sulle caratteristiche fisiche sempre più somiglia al gioco degli studenti alle spalle dei professori o degli impiegati alla spalle dei capufficio. Un retrogusto da chiacchiere da dopolavoro, da risate da spogliatoio nella partita di calcetto tra impiegati del settore vendite contro addetti del settore marketing.

Il Fatto Quotidiano, un po’ a casaccio: “Al Tappone e Al Fano…il Lodo Al Nano”. Il Giornale: “Rosy la Candida…Rosy la Guerriera…un mazzo di Rosy…Giorgio ‘O Sicco”. Difficile stabilire quanto pesi, nel gradimento del lettore, l’uso di ribattezzare in modo più o meno sprezzante l’avversario. Una cosa è certa, vale quanto più il soprannome venga ripetuto e quanto più il lettore sia fidelizzato. In altre parole: è il meccanismo del “tormentone”: il lettore legge e aspetta che il tormentone venga riproposto per riderne col suo giornale preferito, col suo giornalista preferito.

Per tutti gli altri, resta il sapore di un’omologazione linguistica che accomuna firme e giornali contrapposti. Sfogliati i giornali, letti titoli e articoli, editoriali e commenti, si fa strada un sospetto: non è vero che gli opposti si attraggono. Non è nemmeno vero che si respingono. Più banalmente, si assomigliano.

10 ottobre 2009 

 

 
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