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Senza slogan e senza guerre al viagra: non è facile, ma ci proviamo

In equilibrio sulla giostra,
con il gusto dell'eresia

di Filippo Rossi Ve lo diciamo col cuore in mano: non è facile. Non è per nulla facile rimanere in equilibrio in un momento in cui ogni tentativo di interpretare una politica garbata e gentile sembra minato ogni giorno da chi scommette solo su una guerra civile tutta retorica. Non è facile cercare di non entrare nell’agone del tutti contro tutti, delle offese reciproche, delle manganellate e delle legnate. Delle accuse e dei sospetti. E non è facile nemmeno non urlare a tutti, indistintamente: «Fatela finita! Vi prego, basta!». Perché è forte l’illusione di poter fermare la giostra e scendere come se tutto potesse essere stato un gioco. Un brutto gioco di bambini viziati, di piccoli bulli che si divertono al massacro reciproco.

Ma non è facile nemmeno rimanerci, sulla giostra. Stare in silenzio, e sussurrare quando si dovrebbe urlare per farsi ascoltare, per far capire l’esigenza di abbassare i toni. “Urla per il silenzio”, ecco cosa servirebbe. Ed è da questa contraddizione, da questa schizofrenia, che non si riesce proprio a uscire. Perché se urli fai immediatamente parte di un teatrino, ti butti nella mischia, diventi tifoso, parte in causa, e se non urli nessuno ti ascolta, rimani ai margini, come se quella tua sensibilità diversa non esistesse, fosse bandita dalla società, dalla comunità politica. Reietti, ecco come si rischia di sentirsi, nonostante la convinzione per nulla campata in aria di rappresentare una sensibilità maggioritaria. Nel paese, a sinistra come a destra. Ecco come ci si sente a rimanere in un silenzio scelto per senso di responsabilità istituzionale, per convinzione politica, per perplessità culturale. Impotenti.

E allora, l’unica cosa che si può fare è quella che stiamo già facendo. Sorseggiare a piccoli sorsi il pensiero traverso, il gusto dell’eresia, l’ignominia della libertà intellettuale. Mettersi da parte, non andare allo stadio, non sottostare allo slogan. Non innalzare gli stendardi di una guerra che non capiamo. E cominciare a immagazzinare i mattoni di un’Italia futura che non continui inesorabilmente a dividersi in un bipolarismo al viagra: drogato, dopato, perennemente eccitato. Mattoni che non serviranno a costruire mura. Mattoni che serviranno a costruire i ponti necessari a ricominciare, gradualmente, a parlare, a comunicare, a capirsi. A vivere senza seguire il ritmo perverso dell’odio.

12 ottobre 2009

 
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