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Giampaolo Pansa
E a disinnescare l'esplosivo dovrebbero essere per primi i giornalisti

Pansa: «Confermo tutto,
c'è il rischio “anni Settanta”»

di Federico Brusadelli «Non penso di aver esagerato». Giampaolo Pansa, dopo l’allarme lanciato ieri sul Corriere della Sera, torna a parlare di rischio “anni Settanta”. Spiegando che, mentre i politici sono troppo distratti e i giovani rischiano di innescare – magari accidentalmente – la miccia di una nuova era di paura, a fare qualcosa dovrebbe essere innanzitutto i giornalisti: «abbassare i toni». E non seguire i cattivi maestri come Scalfari. Certo che anche il fatto che Belpietro e Di Pietro siano indagati per vilipendio – ci dice Pansa – rischia di «incendiare ancora di più un’atmosfera carica di nervosismo».

Davvero questo clima da anni Settanta è così forte e preoccupante?
“C’è un odio che si taglia a fette”, mi ha detto un amico, commentando la mia intervista di ieri al Corriere. C’è un odio fra due mondi. La gente lo percepisce, c’è poco da fare.

Ma il mondo politico non pare preoccuparsene…
Penso che i politici, in tutto questo, siano gli ultimi a preoccuparsene. Così come non si accorsero dell’arrivo di Tangentopoli o, anni prima, dell’avvicinarsi del pericolo terrorista. I parlamentari si sentono protetti dal ruolo che hanno, dal partito, dalla carica. Comunque sia, delle reazioni della casta mi importa poco. Quel che conta è il fatto che siano stati gli italiani qualunque a rendersene conto. Quelli più sensibili, quelli che leggono i giornali e si guardano intorno: guardarsi intorno è diventato fondamentale, perché se si pensa solo al proprio privato, al proprio orticello corporativo e professionale, si capisce molto di meno. E invece basta andare in giro, per rendersi conto di quei mutamenti che, magari, non sono ancora arrivati sui giornali, e che però ci sono. Insomma, questa intervista ha fatto rumore, credo, perché di solito questi argomenti non sono trattati sui giornali. Ma io di questi temi ne ho scritto spesso, non so se è per l’età che ho o per tutto quello che ho visto nella mia vita (io, negli anni 70 e 80, ho rischiato la pelle). La sensazione è quella, non credo di aver esagerato.

Qualche esempio concreto di questo clima “avvelenato”?
Belpietro e Di Pietro indagati per vilipendio al Capo dello Stato. Leggendone i motivi, c’è da mettersi le mani nei capelli. Queste cose incendiano di più un’atmosfera già carica di nervosismo o no? Io penso di sì. Bisogna starci attenti, a queste cose.

Lei ha fatto riferimento anche a episodi che hanno coinvolto dei giovani. C’è da preoccuparsi anche per questo? Le nuove generazioni rischiano di essere travolte da questo clima di scontro?
Certo, i giovani sono i primi a poter diventare – non dico a dover diventare ma a poter diventare – i protagonisti di un’esplosione improvvisa. Questo è sempre avvenuto. Quando abbiamo attraversato gli anni del terrorismo, i componenti delle bande comuniste Br e di Prima linea, o i bombaroli di destra, non erano signore di mezza età, ma tutti giovani. Le guerre le fanno loro, e le soffrono tutti gli altri. Ho citato le aggressioni a Casa Pound, e non credo che a Pistoia sia la prima volta che succede. Io non sono mai andato a presentare un libro a Casa Pound, ma sono stato intervistato dai ragazzi di Roma, e ho sempre trovato persone disposte a confrontarsi e dialogare. Qualunque circolo, se non è violento, che sia rosso, nero, bianco, verde o grigio ha il diritto di fare il proprio lavoro, di fare propaganda, di riunirsi, di organizzare dibattiti. Se cominciamo a sostituire alle parole i bastoni, gli assalti o peggio ancora le rivoltelle, allora questo è un paese finito.

Ma come può concretizzarsi il rischio di una “nuova era” di terrorismo, in Italia?
Quello che temo di più è che ci sia un inizio accidentale, non voluto. Come quando si fuma in macchina e si butta la cicca dalla finestra. Un gesto banale. Ma dove finisce la cicca? E se poi nasce un incendio? Può sempre accadere che ci sia una scintilla non voluta, non predeterminata. Il caso, la fatalità. E io credo nella fatalità. Non mi sento tranquillo. E paradossalmente, mi sento ancora tranquillo per i tanti apprezzamenti che ho ricevuto per quell’intervista al Corriere

C’è un modo per prevenire che questo accada?
Non c’è un modo solo per disinnescare questo rischio potenziale. Tutti quanti – a partire da noi giornalisti – dovremmo comportarci in un modo più consono alla consapevolezza del pericolo che possiamo correre. Insomma, bisogna abbassare i toni, su questo non c’è dubbio.

Ma anche il bipolarismo è causa di questo clima, o no?
Una volta i nostri vecchi dicevano che “la giustizia è come la pelle dei testicoli: dove la tiri, va”. E per il bipolarismo è lo stesso. In sé penso che l’assetto bipolare sia giusto, perché elimina quei piccoli partiti che si trasformavano in ricattatori politici. Non è colpa del bipolarismo, insomma, ma di come si intende il bipolarismo. I due blocchi politici in cui è divisa l’Italia, poi, attraversano entrambi un momento di crisi profonda. Il Pd sta alla canna del gas, e lo vediamo tutti i giorni. Ma nel Pdl la situazione non è migliore: si stanno ponendo il problema se quel blocco che pareva d’acciaio, quel partito che sembrava la trave portante del nostro sistema politico, non si stia in realtà rivelando pieno di crepe. C’è un problema di ricambio, è inutile nasconderlo (e non a caso ha fatto molto clamore la “questione Tremonti” sul Giornale di Feltri). In un sistema bipolare devono esserci due poli che funzionano. E i nostri, per motivi diversi, non funzionano. C’è questa debolezza che è politica, prima che istituzionale.

Si riparla di presidenzialismo. Sarebbe un bene o un male?
Penso che un assetto presidenziale sia più consono al tipo di società in cui viviamo oggi. Ma con questo clima non si farà nessuna riforma costituzionale, sono pronto a scommetterci. Non se ne farà nulla, perché in Italia ormai si parla molto e si fa pochissimo.

Nell’intervista di ieri ha parlato di “cattivi maestri”. Ci fa un nome?
Un cattivo maestro è Eugenio Scalfari. Per esempio, parlando del cambio di direttore a Libero ha definito Belpietro “commissario politico” imposto all’editore da Berlusconi. Questa è ignoranza dei fatti, innanzitutto. Io ho lavorato con Scalfari per 14 anni, come inviato e come vicedirettore. E un giornalista del suo rango come fa a dire ancora, nei suoi articoli, che c’è il fascismo, che il regime è alle porte, che sta tornando Mussolini. Ma come si fa?

A proposito di giornali, quanto c’è di vero e quanto di propaganda nell’allarme sulla poca libertà di stampa in Italia?
Tutta propaganda. Quella del 3 ottobre era una manifestazione – assolutamente legittima – contro Berlusconi, organizzata dalla Federazione della stampa con il grande sostegno della Cgil. E ci mancherebbe che nel 2009 non si potesse fare una grande adunata contro il premier. Ma non possono spacciarla per altro. La libertà di stampa c’è, non ce n’è mai stata tanta come oggi. E non parlo di internet, dove si può scrivere tutto quello che si vuole. C’è in modo assolutamente totale:  da questo punto di vista non c’è alcun rischio. Certo, i giornali rischiano querele e citazioni per danni, ma questo è normale ed è sempre accaduto. “È un segno di civiltà lasciare i giornali nelle edicole e non comprarli”: a dirlo fu D’Alema…

14 ottobre 2009

 
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