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Giorgio Almirante
La destra e la riscoperta della battaglia per la legalità

Se anche Saviano
cita Almirante...

di Caterina Consoli «I ragazzi del Secolo d’Italia ne hanno combinata un’altra, rompendo il tabù che vorrebbe la parola “legalità” appannaggio della sinistra. E invece, fin dal titolo, rivendicano la storia missina», così Repubblica commentava ieri il numero speciale che il quotidiano diretto da Flavia Perina ha dedicato al recupero di quello “spirito” che nel ’92 caratterizzò la risposta di tutto un popolo alle stragi di mafia. Già, perché in quella stagione la destra fu partecipe e protagonista. Nelle piazze, nel rinnovamento generazionale e anche nel ricambio politico che seguì alla caduta in blocco della Prima Repubblica. Prima delle manifestazioni di proteste per le stragi del ’92, il nome di Paolo Borsellino era stato, come ricordato  dal vicepresidente della Commissione nazionale antimafia Fabio Granata, l’ospite d’onore alla festa del Fronte della gioventù che si tenne a Siracusa. Non è un caso, allora, che dopo la sua uccisione in via D’Amelio il giudice palermitano sia diventato il punto di riferimento di tutto un mondo politico ma non solo. E che quello della legalità poi fosse un tema sentito a livello nazionale lo dimostrò persino il primo “girotondo” di protesta: che fu opera proprio dei giovani di destra i quali manifestarono così il primo aprile del 1993 a piazza Montecitorio contro il “Parlamento degli inquisiti”.
 
Non stupisce allora che lo scrittore Roberto Saviano, osservatore mai banale e sempre attento di ciò che si muove nella società in termini di contrasto alla criminalità, abbia ricordato in più di un’occasione quale fosse il clima che ispirava l’antimafia in quella stagione: «Io sono cresciuto in una terra dove Pci e Msi stavano dalla stessa parte, contro la camorra. E vorrei tanto che il centrodestra riprendesse i valori dell’antimafia, quelli che aveva Giorgio Almirante e che avevano ispirato Paolo Borsellino. Li vedo trascurati, nonostante una base che al Sud ha voglia di sentirli affermare». E sull’argomento lo scrittore di Gomorra è tornato ancora qualche giorno fa nella sua “Lettera all’Italia infelice” proprio per rimarcare la necessità del recupero di un atteggiamento valoriale da parte della classe politica: «Oggi bisogna ricalibrare l’immagine del politico, ritornare a una figura che fa una vita dura e poco divertente. La politica come servizio al Paese e ai cittadini, non come privilegio. Penso al rigore morale di Enrico Berlinguer, Giorgio Almirante e Giorgio La Pira, restano figure di servizio alle istituzioni, nonostante i loro ideali e la loro fede religiosa». E, ancora una volta, il nome di Almirante riecheggia. Proprio come uno dei simboli di una stagione e di un mondo politico che, pur nelle differenze, seppe intuire e assumersi il senso della responsabilità rispetto al fenomeno mafioso. Non è un caso, del resto, che la generazione figlia dell’ex segretario del Msi sia stata sempre sensibile a questo problema e protagonista nell’affrontarlo.

Basti pensare, ad esempio, che in nome di una certa condivisione del problema sulla necessità di un ricambio della classe dirigente, accadde che già alla fine degli anni ‘50 missini e comunisti camminarono a braccetto. E diedero vita  al “milazzismo”, quell’episodio unico della storia politica italiana che vide tra gli altri Msi e Pci (nelle figure di Dino Grammatico e di Emanuele Macaluso) formare un governo regionale alternativo alla Dc. Qualcosa del genere accadde anche molti anni dopo. Con un altro ragazzo di Almirante come Nello Musumeci che – all’epoca candidato del Msi - fu eletto presidente della provincia di Catania nel 1993 durante la sindacatura “parallela” di Enzo Bianco nel capoluogo etneo. Tanto che al ballottaggio tra lui e il candidato democristiano i Democratici di sinistra votarono per il candidato missino preferendo lui allo sfidante dello scudo crociato: questo proprio come segno di rottura contro chi aveva gestito il potere in Sicilia negli ultimi decenni. E a testimonianza, poi, di quel cambiamento che la destra incarnava agli occhi degli stessi avversari politici.

E se quello di Paolo Borsellino resta il modello emblematico di contrapposizione al potere criminale – anche per l’entità e i risvolti della strage - furono molti uomini politici e giornalisti provenienti da destra che in prima persona si opposero alla mafia. Come Angelo Nicosia – deputato del Msi e componente della Commissione nazionale antimafia dal 1963 al 1976 – che per la sua coraggiosa attività di denuncia fu pure accoltellato alla fine degli ’60 a Palermo. C’è chi poi, proprio in nome di questa intransigenza contro la criminalità, fu ucciso. Come Beppe Alfano – corrispondente messinese del quotidiano La Sicilia – che fu freddato nel 1993 a cause delle sue inchieste che svelavano intrecci tra politica locale, mafia e massoneria. «Anche se ha spesso dei problemi con i vertici perché è troppo indipendente, troppo allergico ai compromessi, tanto che per un periodo viene anche sospeso dal partito» Alfano è stato «un giornalista e un politico tutto d'un pezzo, un uomo di destra, quella di Paolo Borsellino, per esempio, che ha idee precise sull'ordine, sulla legge e sullo stato, e su quelle non scende a compromessi», così lo ha  brillantemente descritto sull’Unità lo scrittore Carlo Lucarelli.
 
Come si vede, insomma, a destra è sempre esistita una coscienza attenta ai problemi legati alla criminalità organizzata. Per questo motivo – come ha spiegato il presidente della Commissione nazionale antimafia Giuseppe Pisanu - dinanzi a un contesto nel quale il potere mafioso ha scavalcato i confini del Mezzogiorno è più che mai necessario riattivare anche nel centrodestra quel codice politico che ha permesso nel ‘93 l'avvento di una nuova classe dirigente. E tutto ciò non perché la situazione non sia migliorata. E nemmeno perché si vogliono riportare indietro le lancette dell'orologio in nome di una stagione che ha conosciuto anche degli abusi  e strumentalizzazioni. Ma perché, in termini di contrasto alla mafia, resta ancora molto da fare. E questo deve essere fatto nel nome di tutti e con l'aiuto di tutti. Perché quello “spirito” non conosce distinzione tra destra e sinistra. Per fortuna. 

20 ottobre 2009

 
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