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Un uomo non può morire così

Caso Cucchi: tutta la verità,
oltre ogni logica omertosa

di Filippo Rossi Verità. Naturalmente verità. Verità e legalità per tutti, ma proprio tutti: in fondo è semplice. Deve essere semplice. Perché uno Stato democratico non può nascondersi dietro la reticenza degli apparati burocratici. Perché verità e legalità devono essere “uguali per tutti”, come la legge. Non è possibile che, in uno Stato di diritto, ci sia qualcuno per cui questa regola non valga: fosse anche un poliziotto, un carabiniere, un militare, un agente carcerario o chiunque voi vogliate. Non può esistere una “terra di mezzo” in cui si consente quello che non è consentito, in cui si difende l’indifendibile, in cui la responsabilità individuale va a farsi friggere in nome di un “codice” non scritto che sa tanto, troppo, di omertà tribale.

La vicenda è quella di Stefano Cucchi, trentenne romano arrestato all’alba di venerdì 16 ottobre e restituito alla famiglia giovedì 22, cadavere, con la faccia completamente tumefatta, gonfia, l’occhio rientrato nell’orbita, la mascella fuori posto, i denti spezzati, lividi e lesioni in tutto il corpo. Cosa è successo a Stefano, un ragazzo di appena quaranta chili? Come è morto? Le domande sono semplici. Le risposte lo devono essere altrettanto. Perché non è possibile che un ragazzo muoia così, lontano dai genitori, dagli affetti, senza che nessuno dia una risposta chiara, senza che nessuno si assuma le responsabilità di quanto è successo. Qualsiasi cosa sia successo.

Ecco la storia: secca, senza fronzoli, senza retorica, così come raccontata dal Secolo d’Italia.
Stefano arriva a casa, nella zona Casilina, nella notte tra giovedì e venerdì, accompagnato da due carabinieri in borghese. Lo hanno fermato poco prima, gli hanno trovato in tasca venti grammi di marjuana, una dose di cocaina e due pasticche. Cercano altra droga, probabilmente lo sospettano di spaccio. Nulla viene trovato, ma Stefano viene comunque portato via in vista del processo per direttissima, fissato per venerdì alle 9. Quando arriva in aula è già un’altra persona. Si dichiara colpevole di detenzione di droga “in quanto consumatore”, viene rinviato a giudizio ma sta così male che il giudice lo spedisce all’ambulatorio del Palazzo di Giustizia. Il referto conferma problemi gravi alla schiena e alle gambe e il giudizio – generico ma inequivocabile – viene dall’infermeria di Regina Coeli che manda Stefano al Fatebenefratelli per fare radiografie alla schiena e alla testa: esce fuori la frattura di due vertebre, ma il ragazzo viene riportato in cella. Sabato mattina nuova corsa all’ospedale, al Pertini. Il detenuto sta male, finalmente alle nove di sera qualcuno pensa di avvertire la famiglia che si precipita al “padiglione detenuti” del grande ospedale romano e trova un piantone irremovibile: «Niente visite, tornate lunedì. E comunque non preoccupatevi. Non è niente di grave». La storia si ripete lunedì. Poi martedì. E il giorno dopo, mercoledì, il padre di Stefano ottiene finalmente un regolare permesso di colloquio dal tribunale di roma, ma controfirmato da un ufficio di Regina Coeli che chiude alle 12,45. Il tempo non basta, tutto rinviato a giovedì. Ma giovedì mattina, alle 6,20, Stefano muore. Di “morte naturale” scrive il medico di turno.

Inutile citare Il processo di  Kafka, inutile citare il Sud America, e nemmeno la Turchia di Fuga di Mezzanotte. Inutile ogni retorica. E inutili le parole. L’unica cosa utile, a questo punto, è la verità. Tutta la verità. Il resto non conta.

30 ottobre 2009

 
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