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L'Intervento Rss


Secondo Cardini, un film storico dovrebbe evitare le "truffe interpretative"

"Barbarossa"?
Solo un alibi identitario

di Marco Brando* In questi giorni circola il film Barbarossa, voluto fortemente da Umberto Bossi, che addirittura vi recita una piccola parte. Sostenuto dalla Rai e costato 30 milioni, si propone come l’“opera culto” della Lega Nord. Il film, diretto da Renzo Martinelli, è stato sponsorizzato dallo stesso premier Silvio Berlusconi, che ha partecipato il 2 ottobre scorso alla prima nel cortile del Castello Sforzesco di Milano: con lui Bossi e i ministri Roberto Maroni, Roberto Calderoli e Giulio Tremonti. Il castello ha così ospitato un lungometraggio girato – per risparmiare – soprattutto in Romania. Laggiù sono state ricostruite Legnano e Milano, per rievocare le vicende che avrebbero portato nel 1176 alla fatidica battaglia di Legnano contro l’imperatore tedesco Federico I di Svevia, detto il Barbarossa: inclusa la distruzione di Milano da parte degli imperiali nel 1162 e il ruolo svolto da Alberto da Giussano, condottiero della Compagnia della Morte e stratega della vittoria. Risultato: ora anche il partito di Bossi - prima costretto a citare Bravehart come film simbolo dell'indipendenza dei popoli - ha la sua icona cinematografica. «Alberto da Giussano è un passaggio che amo molto. In lui rivedo e rivivo quello spirito che muove un popolo a conquistare i propri diritti e la propria libertà, mettendo a rischio la vita stessa», ha scritto quel giorno, sulla Padania, Umberto Bossi. 

Ma davvero la Lega Nord, nel ventunesimo secolo, aveva bisogno di consolidare i fantasiosi pilastri medievali - quelli cosiddetti "celtici" sono noti - della sua mitologia con un film come questo? Proprio Barbarossa offre l’occasione per fare un piccolo ragionamento sull’uso - e sull’abuso - della storia in Italia. Si può prendere spunto dalla valutazione che Sergio Romano ha fatto il 23 ottobre scorso sul Corriere della Sera: noi italiani «siamo uniti dalla geografia, dalla lingua, dall’esistenza di istituzioni centrali, dall’amore-odio per la Chiesa e dalla familiarità di tutti gli italiani con la religione cattolica. Ma abbiamo storie diverse che emergono alla superficie ogniqualvolta il paese attraversa momenti di forte tensione politica».

Ebbene, questo film ne è un esempio. Tanto è vero che, all’inizio del progetto, il consulente sul fronte storiografico era il noto medievista Franco Cardini, poi escluso, con suo grande e non celato disappunto. Lo stesso Cardini ha riconosciuto «che a un film non si richiede mai una scrupolosa fedeltà alla storia… Dovrebbero tuttavia, in un film che si presenta come storico, essere evitati i fraintendimenti gravi, le truffe interpretative». Barbarossa ha una trama saldamente legata alla ricostruzione dei fatti elaborata durante il Risorgimento - ironia della sorte, detestato da Bossi - in chiave patriottica e, all'epoca, antitedesca.

Una ricostruzione riadattata però da Martinelli in senso leghista e basata su una falsificazione: giustificata dalla necessità di beatificare l'antica Lega lombarda in modo da garantire la genuinità delle aspirazioni di quella odierna. Ad esempio, è probabile che il giuramento di Pontida non ci sia mai stato o non abbia avuto la rilevanza attribuitagli. Di certo, non è mai esistito Alberto da Giussano, assai caro ai leghisti, tanto da essere rappresentato sulle loro bandiere. Solo nella prima metà del Trecento, quasi due secoli dopo la battaglia di Legnano, il frate Galvano Fiamma, cappellano dei Visconti - la cui casata dominò Milano - saltò il capitano della Lega lombarda, senza però fornire alcuna prova. La cronaca fu scritta proprio per compiacere i Visconti, ricostruendo la storia di Milano in toni epici. Finché nell'Ottocento Giosué Carducci, con La Canzone di Legnano, consacrò Alberto da Giussano, trasformando una figura mitologica nella parvenza di un vero condottiero in carne e ossa. 
 
È anche sbagliato - ricorda Cardini - «mostrare il Barbarossa come una specie di "dittatore centralista", per giunta "straniero", che spietatamente impone il suo tallone di ferro e le sue ruberie fiscali a un popolo oppresso, il quale alla fine giustamente si ribella». Perché? Nella realtà storica, la Lombardia della metà del dodicesimo secolo era minacciata da Milano, un comune che mirava a espandersi a spese delle città vicine. Federico intervenne in quella zona – sulla quale aveva diritto di governare perché re d’Italia e di Germania – per ristabilire sicurezza e ordine, sulla base del diritto romano giustinianeo. E Milano era così invisa che nel 1162 furono cremonesi, lodigiani, pavesi e comaschi a darsi da fare con entusiasmo per raderla al suolo, risparmiando la fatica all'imperatore. Certo, la battaglia di Legnano finì con la vittoria dei comuni ribelli, che volevano mantenere i loro privilegi pur senza rinnegare l'impero. Però pochi mesi dopo Barbarossa stipulò con quei comuni una pace destinata a durare a lungo. Il conflitto riprese con suo nipote Federico II, che a sua volta contò sulla fedeltà di molte città della cosidetta Padania. Non solo: alla fine anche Milano - leader della ribellione - nel quattordicesimo secolo, con i Visconti, diventò ghibellina.
 
Insomma, ci sarebbe meno da ridire se Barbarossa fosse stato prodotto solo con una logica commerciale: d'altra parte quanti film su Robin Hood abbiamo visto. In questo caso, però, la Lega Nord lo ha "imposto" alla Rai, per celebrarlo poi in pompa magna. Con l'obiettivo palese di fornire ufficialmente un forte alibi identitario. Così da confermare che il popolo della Padania - altro termine inventato a tavolino dalla Lega - e dintorni da sempre è stato un'unica nazione: capace di lottare, senza defezioni, contro il "potere centralista". E pure un modo per dimostrare che il suddetto popolo ha nel  proprio patrimonio genetico un'innata superiorità morale, se non razziale. Quella stessa presunta superiorità che oggi giustifica la pretesa leghista di rappresentare uno Stato, adattatosi solo per cause di forza maggiore - il vituperato Risorgimento, soprattutto - a convivere con altri popoli della Penisola. Questo magazine ha definito la saga di Obelix e Asterix un «monumento alla paura del nuovo e del diverso». Ma quello è "solo" un celeberrimo fumetto. Questo film è un esempio superlativo e consapevole dell'uso della storia da parte di un importante partito. Certamente tale fenomeno - nel Novecento - ha già fatto molti danni in Italia. Ma almeno riguardava solo la nostra storia contemporanea, nell'epoca dei totalitarismi. Il fatto che si vadano a manipolare eventi del dodicesimo secolo per seminare pregiudizi nel ventunesimo secolo è forse ancora più preoccupante.

*Autore del libro Lo strano caso di Federico II di Svevia. Un mito medievale nella cultura di massa

3 novembre 2009

 
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