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L'Intervento Rss


Quel caso di appropriazione indebita della cultura italiana del dopoguerra

Quanto ci piacciono
i "comunisti" all'italiana

di Antonio Saccà* Più volte, nel tempo, e anche recentemente, mi è capitato di trovarmi a riflettere della famigerata “questione comunista”. Su quanto, cioè, la cultura italiana degli anni trascorsi sia stata dominata dall’ideologia comunista, e con lei intellettuali e scrittori di quei tempi. La faccenda è attuale perché, alla luce di certe interpretazioni di oggi, trasforma la realtà delle cose di ieri, ricoprendo pensieri e persone di una patina che non è la loro. E si percepiscono le cose in modo falsato.

Se, per esempio, consideriamo in concreto la situazione nel nostro paese e, invece di parlare genericamente di comunismo, ci accostiamo alle personalità specifiche, superficialmente considerate comuniste, avremo, allora, delle sorprese. Ho avuto la fortuna di conoscere in prima persona intellettuali, e soprattutto scrittori, considerati nella vulgata comunisti. Bene, posso in tutta franchezza testimoniare che, se al termine “comunista” si dà un significato rigoroso – nel senso di collettivizzazione dei mezzi di produzione, dittatura del proletariato, passaggio dal socialismo al comunismo – di scrittori comunisti in Italia non ne ho conosciuti mai.

Ne ho conosciuti di inclini alla giustizia sociale, ne ho conosciuti che prendevano le parti dei contadini e del proletariato e, a partire dagli anni ’60, ne ho conosciuti che cercavano un ampliamento dei diritti civili. Ma comunisti comunisti non ne ho conosciuti mai. Sono doverose delle distinzioni, dunque, che invece non vengono fatte. A quel tempo c’erano pochissimi comunisti in senso stretto, gente che voleva effettivamente il comunismo, ma moltissimi erano etichettati come tali semplicemente in quanto antifascisti, o perché magari favorevoli a uno stato laico. E il margine di passaggio tra comunismo e radicalismo si faceva talvolta anche drammatico, come nel caso, per esempio, di Pasolini e Sciascia.

I “comunisti” antifascisti e quelli radicali non si possono chiamare comunisti in senso stretto, ma piuttosto “di sinistra”. Eppure questo equivoco estremo dura ancora oggi con tanti scrittori di sinistra, che in realtà comunisti non lo erano affatto. Non lo era minimamente Alberto Moravia. Anzi, mi ripeteva continuamente che il marxsimo era un’ottima diagnosi, ma una pessima terapia. Non lo era certo Carlo Levi, uomo di dialogo, rispettoso delle alterità, assolutamente liberale. Ne era addirittura l’antidoto Pasolini, omosessuale, lontano dalla società industriale e dal primato della tecnologia e della mentalità operaia. Men che meno era comunista Leonardo Sciascia, che il comunismo e il partito comunista li criticò persino e fu attore di una libertà ai confini con l’anarchismo. Non lo fu neppure Italo Calvino, né lo furono Guido Piovene, Gadda, Parise o Pratolini, che al massimo fu un comunista antifascista.

È chiaro, dunque, che quella della predominanza del comunismo in campo letterario è una leggenda, dovuta perlopiù all’ignoranza concreta e materiale. Inutile aggiungere all’ormai lungo elenco Elio Vittorini o Salvatore Quasimodo, che furono assolutamente critici verso il comunismo. Il primo ruppe fin dal 1947, il secondo, semmai, fu antifascista. Che può significare tutto questo? Forse che non esistette un’egemonia comunista? Esattamente.

Esistette un’egemonia del partito comunista. Ma non un’egemonia del comunismo. La differenza è totale. È vero che molti scrittori, pur non comunisti, furono vicini a quel partito e ne vennero “protetti”. Ma anche in questo caso è doveroso non restare in superficie. Si pensi – è sufficiente – alle accese polemiche di Pasolini, Sciascia, Vittorini, Moravia con il partito comunista stesso. E a Pratolini che fu attaccato più da sinistra che da destra. Addirittura, già negli nni ’60, io con un saggio su Nuovi Argomenti, Alberto Asor Rosa in Scrittori e popolo, constatavamo il non comunismo degli scrittori di sinistra.

Le cose, insomma, sono profondamente diverse da come si vuole farle apparire quando genericamente si parla di letteratura comunista, egemonia comunista e luoghi comuni simili. E oggi tutto questo può avere un significato enorme. Finito il comunismo, e con esso il giusto timore di rapporti internazionali dannosi per la libertà, possiamo recuperare molte e importanti personalità, specialmente sul terreno della laicità. Perché l’ultimo equivoco, e il peggiore, è stato proprio quello di consegnare ai comunisti la laicità. Come se lottare per il divorzio o per l’aborto fosse affare di sinistra, questione del tutto assurda. Nella battaglia comune e imprescindibile per la laicità, è impensabile lasciare ad altri figure dalla statura di un Pasolini o uno Sciascia o un Moravia, che sono, invece, patrimonio di tutti e fanno parte delle conquiste laiche del nostro paese, quelle conquiste di cui noi tutti oggi siamo legittimi e orgogliosi eredi.

*Presidente dell'associazione Cultura e Società - Università del Duemila

1 novembre 2009
                                           

 
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