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Stefano Zamagni
Credito, sviluppo, e crescita dell’impreditoria sociale

Zamagni: «Con la Banca del Sud
cresca anche l’impresa sociale»

di Domenico Campana «I problemi del nostro Mezzogiorno e la sua difficoltà ad agganciare lo sviluppo sono dovuti alla scarsità di capitale sociale. Ecco perché le politiche di sostegno allo sviluppo del Mezzogiorno sono destinate ad avere scarsa efficacia mentre attraverso la forma dell’impresa sociale l’obiettivo dello sviluppo può essere concretamente raggiunto». Stefano Zamagni, professore ordinario di Economia politica all’Università di Bologna, Adjunct professor of International Political Economy alla Johns Hopkins University - Bologna Center e presidente dell’Agenzia per le Onlus, profondo conoscitore dell’economia sociale, individua una strada che potrebbe essere percorsa dalla Banca del Sud, per indirizzare il credito non soltanto alle piccole e medie imprese.

Che opinione si è fatto sul progetto di Banca del Sud?
«L’idea della Banca del Sud – afferma Zamagni – è un’idea buona. Come al solito il vero problema è come verrà gestita e come verrà realizzata. Io ho motivo di ritenere che il ministro Tremonti, che conosce a fondo la tematica del credito, sappia dare alla costituenda Banca una governance adeguata allo scopo: che sia cioè rappresentativa delle esigenze del Sud da un lato e che persegua l’obiettivo, dall’altro, di valorizzare e potenziare la forma di impresa sociale senza trascurare gli altri tipi di impresa».

Quali sono le caratteristiche dell’impresa sociale?
L’impresa sociale è un soggetto di diritto privato che persegue fini di utilità collettiva. È un soggetto che condivide con l’impresa di tipo capitalistico la natura privatista e con l’ente pubblico il perseguimento di fini sociali. Dunque, in quanto impresa, produce e in quanto sociale i risultati della produzione vanno a vantaggio della comunità.  L’impresa sociale è una tipica espressione del mercato italiano. Mentre il non-profit americano è di  tipo distributivo il nostro è di tipo produttivo. Ecco perché nel nostro paese insorgono non poche difficoltà quando si devono categorizzare i soggetti del non profit, perché si tende a traslare l’esperienza americana nel nostro paese dimenticando che ne siamo lontani. Una dipendenza culturale, in questo senso, dall’estero fa pesare nel nostro paese il ritardo che si ripercuote a livello legislativo.

In Italia c’e’ una vasta struttura operativa ascrivibile all’economia sociale (cooperative sociali, organizzazioni del volontariato). Qual è la strada pratica percorribile affinché questo mondo diventi impresa sociale?
Il mondo del Terzo settore è variegato al suo interno: ci sono le imprese sociali, ma anche le associazioni di volontariato e di promozione sociale che non hanno fini di produzione ma perseguono fini che attengono alla coesione sociale, capitali sociali e soprattutto destinati a creare legami di fiducia. Bisogna evitare che questo mondo diventi per forza impresa sociale. L’impresa sociale ha una propria funzione, così come hanno una loro funzione le associazioni di volontariato e di promozione sociale. Dobbiamo abituarci a considerare questo mondo in chiave pluralista e non espressione di un unico contesto.
 
Quali sono i settori che possono essere “coperti” dall’impresa sociale?
I beni culturali, la divulgazione e diffusione della cultura, quindi anche l’editoria, l’ambiente nelle sue varie forme e la produzione di conoscenze sia scientifiche sia tecnologiche. In questo specifico settore si dimostra che la forma di impresa sociale è superiore, sotto il profilo dell’efficienza, alla forma dell’impresa capitalistica.

Può il Comune, quale ente territoriale primario, fare da traino allo sviluppo dell’impresa sociale molto legata al territorio?
In sé potrebbe, ma il corso temporale dell’Amministrazione è a breve termine. Le elezioni si svolgono ogni cinque anni, mentre un progetto di imprenditoria sociale gestito dai Comuni richiederebbe orizzonti lunghi, piani strategici di almeno 15-20 anni. C’è bisogno altresì che nei Comuni ci siano amministratori che arrivino vicino a quella che potremmo chiamare la “santità politica”, come la definiva Luigi Sturzo. In altre parole, dovrebbero essere talmente disinteressati da perseguire solo obiettivi di bene comune.

3 novembre 2009

 
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