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Il vizio originario di una guerra civile permanente ci corrode ancora...

Ma possibile che siamo rimasti
a Guelfi e Ghibellini?

di Leonardo Varasano L’impero non esiste più, così come lo Stato pontificio. L’imperatore e il papa-re sono confinati nei libri di storia: non c’è più chi, come scriveva Dante (Paradiso, VI, vv. 100-102), oppone l’aquila ai “gigli gialli” (i gigli d’oro, simbolo della filo-papale casa di Francia). Eppure, a distanza di circa otto secoli, lo spirito che divideva Guelfi e Ghibellini continua a sopravvivere. Di più: prospera - in varie forme - e alimenta copiosamente la conflittualità patologica della politica italiana.

La contrapposizione tra guelfismo e ghibellinismo è, a ben vedere, la madre di tutte le divisioni italiche, il vizio originario di una guerra civile permanente, la scaturigine di una politica degradata e degradante: le “parzialità guelfe e ghibelline” hanno continuato a “guastare” l’Italia molto più di quanto osservava Machiavelli. A partire dal contrasto tra i sostenitori del papato (e delle autonomie) e i sostenitori dell’impero (e dell’universalità), si è affermato un habitus mentale incline all’estremismo, alla lotta di fazioni e alla rissa. Nel corso della storia nazionale, questa tendenza corrosiva si è manifestata in contrasti manichei - che hanno opposto rossi e neri, neutralisti e interventisti, fascisti e antifascisti, monarchici e repubblicani, atlantisti e antiatlantisti, e così via - accomunati da un analogo spirito di crociata, dall’intolleranza, dall’intransigenza, dall’oltranzismo, dalla delegittimazione/demonizzazione dell’avversario/nemico.

La “guelfitudine”, come la definiva lo storico Giovanni Cavalcanti - autore delle Istorie fiorentine e parente del più famoso Guido -, è diventata una categoria metastorica. E lo stesso può dirsi del suo opposto. Talvolta, non a caso, il conflitto originario è riaffiorato esplicitamente: si pensi, ad esempio, al neoguelfismo di Gioberti, alle interpretazioni controverse di tanti episodi del Risorgimento - con versioni liberali e clericali spesso inconciliabili - o allo scontro “medievalmente feroce” che ancora all’inizio del Novecento opponeva Perugia ed Assisi (prima della marcia su Roma, l’ingresso in Parlamento del candidato “ghibellino” - definito proprio così - del capoluogo umbro sul rivale “guelfo” della città di San Francesco fu festeggiato con un grande falò sulla cima della torre campanaria del comune, in spregio - ben visibile - a quelli che ancora venivano considerati sostenitori del Papa).

Altre volte, invece, non c’è stato alcun richiamo né all’impero né alla Chiesa di Roma. È rimasto però il percolato di quello scontro. Un percolato di fiele e insulti che ha travolto la politica italiana, le sue istituzioni e i suoi protagonisti. Si pensi, ad esempio, all’antiparlamentarismo (ci fu addirittura chi definì Montecitorio un “sozzo porcaio”); si pensi al “biennio rosso” (Mussolini era solito definire i socialisti unitari sia “sovversivi” che “pussisti”, laddove il secondo termine oltre che rievocare il partito - Psu - richiamava espressamente la putredine, in segno di disprezzo); si pensi agli insulti e alle aggressioni che nel marzo 1949 caratterizzarono il dibattito parlamentare - durato ben cinquantadue ore - per l’adesione dell’Italia al Patto atlantico; si pensi alla rissa in Senato che nel marzo 1953, durante la discussione sulla cosiddetta legge truffa, vide coinvolto anche Sandro Pertini (che si rivolse a Meuccio Ruini apostrofandolo “carogna” e “porco”); si pensi a tutti gli episodi in cui il Parlamento è stato trasformato - come recita una nota canzone - in uno “stadio tutto pazzo,/ due curve a gradinate senza un vero campo in mezzo/ rinchiuso in due palazzi in cui si attizzano gli scazzi/ tra schiamazzi e rubamazzi”; si pensi a tutte le volte in cui la politica italiana si è ridotta - e continua a ridursi - a una contrapposizione senza requie, a fazioni intransigenti e giacobine, a comportamenti che dileggiano le istituzioni, a reazioni scomposte e urlate (ben compendiate nel recente volume di Sabino Labia, Tumulti in aula. Il presidente sospende la seduta), a veleni e laceranti esasperazioni.

La ricorrente tendenza all’estremismo che ammorba la democrazia italiana, costringendola ad una cronica debolezza, si nutre ancora dello spirito di un conflitto che ha ben otto secoli. Quando ci si stancherà di indossare i panni dei Guelfi e dei Ghibellini? Quando verrà meno quel costante clima di scontro sistematico che continua a caratterizzare la politica italiana? Quando si rinuncerà ad una lotta politica aspra, cinica, votata alle polemiche ottuse e feroci, incline al particolarismo, carica di isterismi, risentimenti ed eccessi? Allora, e solo allora, saremo una democrazia matura.

4 novembre 2009

 
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