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L'Intervista Rss


L'attore e regista racconta il suo ultimo spettacolo

Marco Paolini: «Miserabile è
chi non sceglie il suo futuro»

di Cecilia Moretti Questa volta lo spettacolo di Marco Paolini non è un monologo. Ma un racconto in forma di ballata, dove la musica offre leggerezza ad argomenti molto seri e piuttosto pesanti e la parola, ancora una volta, si fa narrazione. Dopo il famosissimo racconto del Vajont e quello, già televisivo, di La macchina del capo, il 9 novembre, in diretta per La7 dal porto di Taranto, è la volta dell’aggiornamento e riadattamento tv di Miserabili. Io e Margaret Thatcher. Uno spettacolo in cui movimento e affabulazione, come sempre resi alleati da Paolini, delineano la metamorfosi della società italiana, e non solo, degli ultimi decenni e raccontano insieme la Lady di ferro e Khomeini, lo sciopero dei minatori gallesi dello Yorkshire e la marcia dei colletti bianchi alla Fiat, la dittatura del marketing e l’imperativo della tecnologia a tutti i costi. L’attore e regista dell’intensa e originale ballata ci racconta qualcosa in anteprima.

Innanzitutto, come nasce l’idea di questo spettacolo?
Dal confronto con il mondo che ho intorno. Nel 2006 ho cominciato a mettere insieme i pezzi di questo spettacolo. Il punto di partenza era lo strapotere dell’economia sulla nostra vita. Non un’invettiva contro il mercato, ma una presa d’atto della sua onnipresenza anche in momenti e settori che un tempo non gli competevano. Ragionavo di come previsioni di mercato, nuove attese di vita, viaggi low-cost, mutui facili, circolazione libera dei capitali, insieme alla velocità delle informazioni in rete, ci avessero cambiato.
Il nodo cruciale sembra essere uno scivolamento verso la “virtualizzazione” dell’economia. Ha ormai poca attinenza con i bisogni concreti. Abbiamo incarnato la trasformazione da cittadini in consumatori che solo acquistando vestiti, viaggi e mobili, wellness e piccole libertà, possono far crescere il Pil.

E il titolo che ha scelto? I miserabili, lei, Margaret Thatcher: quali sono le relazioni tra i vertici di questo triangolo?
La “miseria” è una condizione che viviamo tutti, in modi diversi e ciascuno con le proprie eccezioni. Oggi non ci manca il pane, ma siamo “miserabili” perché abbiamo rinunciato a scegliere il futuro, per affidarne la gestione all’onnipotenza del mercato e alla ricerca costante di un punto di Pil. È una “miseria” culturale, più che economica, quella di cui parlo nello spettacolo. Miserabili è una riflessione su un contemporaneo che affonda le radici in una rivoluzione che non c’è nei libri di scuola, ma è iniziata nel 1979. Quell’anno va al potere in Inghilterra Margaret Thatcher. Con lei – e con Ronald Reagan poco dopo – inizia il “pensiero unico, pensiero stupendo”: il dominio del mercato. Dopo la Thatcher tutto era in vendita, l’hanno scritto i giornali. Margaret Thatcher è icona di una visione del mondo che rinuncia alla comunità per cedere il passo all’individuo-acquirente-consumatore.

Qual è la metamorfosi sociale che ha vissuto negli ultimi anni il nostro paese negli ultimi decenni? Le trasformazioni del nostro paese hanno, in genere, seguito un trend globale. Abbiamo seguito (e continuiamo a seguire) anche noi il miraggio del “pensiero unico, pensiero stupendo”: il dio Mercato.

Ha detto che non si esce dalla miseria senza qualcosa che la contrasti, cioè la speranza. Lo spettacolo e il teatro possono avere un “potere sociale”? Che funzione hanno nella società?
Mi sembra che in questo tempo dovremmo cercare di costruire speranze non più riservate a una parte di mondo, a un pezzo di comunità. Forse potremmo risvegliarci, tutti, ricostruendo un senso di comunità.
Io non credo di avere un “potere sociale” come uomo di teatro, ma provo – assieme a molti altri – a portare la cultura come antidoto all’omologazione.

Fino a che punto arriva la forza delle parole?
Vedo la cultura come una possibile risposta forte al disagio dell’isolamento, dell’abbandono, del silenzio che il processo degenerativo nel quale siamo immersi ha portato. Un rinnovato modello di società sembra l’unica speranza per affrontare questa “miseria” di senso, di cultura, di umanità. E senza le parole non esiste società.

Ha in mente degli ingredienti “giusti” per la costruzione del futuro?
Di mestiere faccio l’attore, non il saggio né il profeta. Credo comunque che la libertà, il pensiero e lo stare assieme in una comunità dovrebbero essere fondamenti valoriali più forti della crescita del Pil.

Quanto incidono nella costruzione del nostro immaginario la sfera economica e le regole di mercato?
Troppo, mi sembra.

7 novembre 2009

 
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