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Parroco condannato per molestie. E Betori fa affiggere la sentenza

«Perdono per il prete pedofilo».
L'arcivescovo e il coraggio della verità

di Federico Brusadelli La scorsa domenica, andando a messa, i fedeli di Ginestra Fiorentina hanno trovato un foglio affisso nella bacheca della loro parrocchia. Una lettera dell’arcivescovo di Firenze, monsignor Giuseppe Betori, indirizzata al nuovo parroco, che così recitava: «Essendosi concluso il procedimento nei suoi riguardi, ritengo doveroso rendere noto alla comunità parrocchiale interessata che don Roberto Berti, a seguito di processo canonico penale amministrativo, è stato riconosciuto colpevole di molestie sessuali e psicologiche su minori e, in ottemperanza a indicazioni della Congregazione per la dottrina della fede, ho emesso e notificato una sentenza che prevede per il sacerdote la residenza obbligata, in regime di vigilanza, in una struttura fuori dalla diocesi di Firenze per un percorso di recupero spirituale e psicoterapeutico. L’arco di tempo complessivo previsto per portare a termine il programma di recupero sarà di otto anni. In questo periodo don Berti è escluso da ogni attività pastorale. Al termine degli otto anni la Congregazione per la dottrina della fede riesaminerà la situazione, valutando se il cammino di rigenerazione spirituale e psicologica avrà ottenuto i risultati sperati».

Un messaggio importante e doloroso, una manifestazione di vicinanza, una richiesta di perdono profonda e sentita. Perché l’ex parroco di quella chiesa di provincia – condannato per molestie sessuali nei confronti di minori, per pedofilia insomma – ha turbato le vite di quella comunità che avrebbe dovuto invece guidare, illuminare, confortare. E allora l’arcivescovo ha deciso di non stendere sulla triste vicenda un comodo velo di silenzio, non si è trincerato dietro un “riserbo” ipocrita, non si è servito di una logica omertosa e difensiva. No. Si è rivolto direttamente a loro, ai suoi fedeli, con tono misurato ma partecipe. «Nel ripensare – ha scritto Betori – alle grandi sofferenze che questa triste vicenda ha causato, l’Arcidiocesi ribadisce la sua vicinanza a quanti ne hanno subite le penose conseguenze e rinnova l’impegno affinché simili funesti episodi non accadano mai più, mentre accompagna con la preghiera il percorso di rigenerazione umana e spirituale del colpevole, chiedendo a tutti sensibilità, vicinanza a quanti hanno sofferto e soffrono, cristiano perdono e preghiera per tutti».

La Chiesa non nasconde più le mele marce. Lo stesso pontefice, in viaggio negli Stati Uniti (forse il paese al mondo in cui la ferita è più profonda) compì un gesto netto: incontrò, a Washington, le vittime di abusi sessuali da parte di esponenti del clero. Fu – specificò il Vaticano – un incontro di “spiritualità” e di “vicinanza”. Arrivato forse dopo troppo tempo, dopo troppi scandali, dopo troppi silenzi. Comunque, un segnale forte e sincero. Come quello dell’arcivescovo di Firenze. Che la via percorribile, soprattutto per un’istituzione cristiana e soprattutto quando vanno riannodati i fili di una fiducia spezzata, quando dall’altra parte ci sono vite rovinate, diffidenza e dolore, è una soltanto. Ed è quella del coraggio della verità. 

11 novembre 2009

 
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