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Le responsabilità individuali non sono responsabilità collettive

Ma un reato, anche se efferato,
non giustifica il razzismo

di Rosalinda Cappello Auto ribaltate, fumogeni e sassi lanciati contro le abitazioni degli zingari. Scene di guerriglia urbana che hanno trasformato una manifestazione di protesta in una vera e propria spedizione punitiva. Quello che è successo ieri sera ad Alba Adriatica, vicino a Teramo – scatenato dall’uccisione a calci e pugni del gestore di un locale da parte di tre nomadi ubriachi – è un ulteriore segnale dell’esasperazione dei cittadini frustrati nella loro esigenza di sicurezza, ma che non giustifica episodi simili che rischiano di sconfinare nel razzismo.

Perché il pericolo di una deriva razzista è dietro l’angolo quando si riversa su un’intera comunità il peso di qualcosa che riguarda invece la responsabilità individuale. Quei tre che hanno pestato a morte un uomo erano in visibile stato di ebbrezza, come hanno raccontato alcuni testimoni. Erano prima di tutto degli ubriachi, violenti, e poi dei rom. Di per sé, il fatto che una persona appartenga alla cultura gitana non comporta necessariamente che essa sia incline a commettere azioni contrarie alla legalità e alle basilari regole di convivenza civile. Checché se ne possa pensare, spinti da inveterati pregiudizi - nutriti spesso da una non adeguata conoscenza - sedimentati nelle pieghe della nostra società. 

Tanto per provare a fare un po’ di chiarezza forse sarebbe bene precisare che i rom, nomadi, zingari o gipsy - per usare un’accezione dal sapore esotico – sono persone appartenenti a varie nazionalità - anche quella italiana - e non sono dunque solo rumeni, bosniaci e kosovari. Né sono tutti criminali. Spesso, invece, l’opinione pubblica tende a fare confusione, e in questo una parte della responsabilità ricade sui media, che enfatizzano gli episodi criminali che coinvolgono dei rom, e su certa politica che tante volte fa passare messaggi un po’ semplificati che vellicano idiosincrasie, odii, risentimenti, che portano a sparare nel mucchio.

Per cui, è bene che i responsabili dei reati vengano perseguiti e puniti in maniera adeguata, ma attenzione a non commettere l’errore di generalizzare e di aprire la strada a facili tentazioni razziste, a rovesciare sull’altro, sul diverso, sul distante da noi le frustrazioni di una società in difficoltà, che si sente insicura. In Italia, più che in altri paesi, è evidente una problematicità di relazione della popolazione con i nomadi, come è emerso lo scorso anno da un’indagine effettuata dall’Eurobarometro. Secondo questi dati, infatti, il 47% degli italiani non vuole avere gli zingari come vicini di casa, a fronte di una media europea del 24%, mentre in Francia e Germania ai rom sono stati assegnati alloggi comunali. A Parigi, per esempio, molti gitani vivono nei centri abitati in case popolari e in vecchi quartieri, pagano un regolare affitto e le bollette di luce e acqua, non sono emarginati, fanno i più svariati lavori, hanno l’obbligo di mandare i figli a scuola e hanno il divieto di accattonaggio e di chiedere l’elemosina. Chi sbaglia, ha la certezza di pagare.

La percezione diffusa di insicurezza, che si acuisce nel caso di episodi come quello di Alba Adriatica, dove uno dei delinquenti è riuscito a fuggire alla cattura da parte delle forze dell’ordine, esaspera gli animi già sensibili a pregiudizi duri a morire. Come hanno raccontato qualche tempo fa i disegni e i temi di alcuni bambini di Ponticelli sugli zingari: «Sembra che i bambini rubati li usino per l’elemosina, o li vendano a coppie senza figli, o per il trapianto degli organi». E, ancora: «Io penso che noi napoletani abbiamo fatto bene a cacciarli via, per cacciarli via abbiamo dovuto incendiare i loro campi». Ecco, proviamo a non alimentare pensieri come questi, parole che dovrebbero far riflettere tanto più se si pensa che a scriverli sono stati dei bambini.

12 novembre 2009

 
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