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Senza Twitter & co. la sollevazione di Teheran non ci sarebbe stata

Se il web racconta la pace,
perché non dargli il Nobel?

di Federica Colonna «George, falla finita!».
«George, mi fai preoccupare, sei strano!».
«George, vieni a guardare la tv sul divano!».
Non è difficile immaginare mamma Holtz un po’ irata, capello biondo, torta di carote, periferia americana, linea telefonica At&t attraverso la quale comunica alle amiche la sua apprensione per il figliolo: «Dicono sia un hacker, cara mia, un hacker!».

La telefonata della signora Holzt l’At&t non l’ha intercettata e il Ceo dell’azienda insieme a Steve Jobs sono stati sereni per un po’, finché il piccolo George non è cresciuto e a 20 anni ha messo in piedi l’operazione jailbreak. La sua, infatti, è un’opera di evasione, e risponde all’obiettivo di evitare l’obbligo di abbonamento At&t per usare il proprio iPhone.

Ne scrive Wired, raccontandone la storia, con toni non proprio accusatori. Il giovane è un geek e come ogni geek è di sicuro un amante della rete, uno di quelli che grazie alla propria competenza, alla curiosità e a una certa avversione per le imposizioni diventa un simbolo. L’icona della cultura “smanettona”, ma non solo.

George non è più il capitano, oh mio capitano, di pochi; lo è, invece, di un modo di pensare, di varcare i confini, di immaginare sé stessi nel mondo. La connessione tra Mr Holzt e il web sta nell’avversione ai limiti, ai muri, a «ciò che è così, punto e basta».

La forza di Mr Holzt e del web sta nella possibilità di pensare il mondo come uno spazio dinamico, sempre in crescita, in cui il racconto collettivo non è fermo, ma la mitopoiesi è continua, interminabile, stimolante.
Ed è per questa stessa ragione, perché il web è il percorso non obbligato, la curiosità continua, la possibilità avventurosa che Wired ha candidato Internet al Nobel per la pace. Gli eroi che fecero l’impresa non sono più in pochi e sempre gli stessi, ma siamo tutti, perché tutti possiamo contribuire al superamento del limite, tutti possiamo varcare il confine, culturale, ideologico, geografico che sia. È il motivo, questo, per cui Ffwebmagazine sostiene la candidatura di Internet: non c’è ideologia, solo, e scusate se è poco, curiosità, coraggio, idee.

E per gli scettici, per quelli che dicono: «Ma stiamo parlando di pace, il web è anche uno strumento di guerra», c’è una risposta, un punto di vista diverso, e viene direttamente dalle parole di Shirin Ebadi, prima iraniana musulmana a vincere il Premio Nobel per la pace nel 2003. «Internet - dice - può essere usata anche per favorire guerre e terrorismo, come dimostra l'opera di proselitismo dei talebani. Ma il passaparola della sollevazione di Teheran - che ha viaggiato anche al ritmo di 220mila tweet all'ora - è stato troppo impetuoso per lasciare anche il minimo dubbio sul fatto che senza la Rete non sarebbe stato possibile. Non è un caso che ai primi processi contro i dimostranti il procuratore generale abbia accusato Google, Facebook e Twitter di complottare contro l'ordine costituito».

È vero: il web è anche scontro, guerra, proselitismo. Ma proprio attraverso il web è possibile mettere in crisi le identità precostruite, e quindi gli scontri, le contrapposzioni, il muro contro muro. Forse Internet vincerà il Nobel perché è il «primo strumento di costruzione di massa», come sostiene Riccardo Luna, direttore di Wired Italia.

Da Omero in poi ne sono state combattute di guerre, ma oggi raccontare la pace e la speranza è più facile.
Anche se non sempre basta un tweet.

19 novembre 2009


 
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