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Thierry Henry
Nello sport si chiama fair play, nella vita si chiama moralità

Una partita da rifare,
contro tutti gli azzeccagarbugli

di Filippo Rossi Ecco quel che dovrebbero decidere i grandi del calcio mondiale: far ripetere la partita. Tutto qua: è una questione di etica, di moralità e, anche, di modernità. Dovrebbero farla ripetere per dimostrare che la verità, la semplice verità, non può più essere una questione di poco conto da schiacciare alla prima occasione sotto il tacco del risultato a tutti i costi. Il fine non giustifica i mezzi, in fondo è semplice. Per dimostrare che non si può sempre vivere, e vincere, col trucco. Per dimostrare che non è tutto lecito, che c’è una differenza tra buono e cattivo.

Nello sport si chiama fair play, nella vita si chiama moralità. E rispetto delle regole. Un rispetto che non può sempre essere imposto dall’alto, scaricando tutto su un arbitro-sceriffo a cui rimane la responsabilità esclusiva di decidere sul giusto e sullo sbagliato. Se lui non vede, il fatto non sussiste. Se lui non vede, il fallo diventa morale. È una visione processuale della società, in cui ci sono sempre “parti in causa”, in cui ci sono sempre vinti e vincitori, i furbi e i fessi.  E in cui è meglio essere furbi che fessi. È meglio appoggiare la palla con la mano. Ecchissenefrega se è una vittoria bacata, se non doveva andare in quel modo, se qualche azzeccagarbugli ci metterà una pezza a prescindere da quello che tutto il mondo ha visto, a prescindere da quello che tutto il mondo sa.

Ecco, contro tutti gli azzeccagarbugli del mondo, quella partita andrebbe ripetuta. Perché è giusto farlo. E perché tutti, ma proprio tutti, sanno che è giusto farlo. È una questione di senso comune che, questa volta, coincide con il buon senso. Andrebbe ripetuta perché lo sport dovrebbe, deve, insegnare altro. Dovrebbe insegnare il rispetto per le regole e per l’avversario. Ma andrebbe ripetuta anche perché la società non può sopportare, per troppo tempo, la menzogna come normalità quotidiana, come metodo di vita, come regola di convivenza civile.

20 novembre 2009

 
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