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Stefano Cucchi
Un riconoscimento alla memoria di Cucchi, per sconfiggere un tabù

Non c'è giustizia senza verità:
Stefano ce l'ha insegnato

di Antonio Rapisarda La storia di Stefano Cucchi – a un mese dalla sua morte – ha ancora molto da insegnare. E non solo perché quelle immagini del suo corpo straziato continuano a tormentare chi una coscienza la possiede. Ma anche in quanto tutto ciò che è emerso ha aperto un dibattito senza precedenti su come sia possibile che, in uno Stato di diritto, un uomo entri in carcere con le proprie gambe e dopo qualche giorno ne esca con le ossa rotte. E tutto questo in Italia, la patria di Cesare Beccaria. Le indagini sulla sua scomparsa sono ancora in corso. E ogni giorno nuovi particolari agghiaccianti mostrano i contorni di una vicenda drammatica che ha, per il momento, solo una certezza: un ragazzo di trentun’anni non c’è più.
 
Però, al di là dei risvolti giudiziari, la vicenda del giovane romano ha aperto uno squarcio culturale importante. Intanto, di uno Stato che non si autoassolve più in maniera preventiva. Certo, non è facile sfondare il muro di omertà che si respira all’interno di alcuni settori delle forze dell’ordine, delle carceri e dei tribunali, ma comunque le indagini stanno continuando, e in tutte le direzioni. Lo stesso ministro della Giustizia ha esortato che tutto si svolga con celerità, così come ampi settori dei sindacati delle forze dell’ordine hanno chiesto che si faccia giustizia senza alcuna remora né retorica sulle poche “mele marce”.

Ma la storia di Stefano ha permesso anche alla politica di interrogarsi, in maniera non strumentale, sulla necessità di una legislazione più attenta a tutto quello che accade nel momento in cui un cittadino viene arrestato. E la politica lo ha fatto, fortunatamente, in maniera trasversale con un comitato composto da politici (veritapercucchi.altervista.org) che intendono vigilare e sostenere gli inquirenti nelle indagini. 
 
Stefano allora è diventato un eroe “di fatto”, potremmo dire. Un eroe suo malgrado, come tanti in un’epoca in cui le guerre non si fanno più ma si subiscono. Un eroe insieme e grazie alla sua famiglia che con coraggio e determinazione ha portato davanti a tutti l’evidenza di una storia dai tratti parossistici. Una storia paradigmatica, però, che preannuncia forse un cambio di registro non solo nel mondo delle carceri ma anche nell’approccio della società verso alcune categorie che troppo sbrigativamente vengono derubricate come “emarginate”. Vuoi che siano ragazzi con problemi connessi alla droga, o con problemi di violenza o immigrati: sempre “persone” sono e da tali devono essere trattate. Stefano, insomma, ha costretto tutti a fare i conti con i limiti che uno Stato occidentale deve porsi nella gestione dell’ordine pubblico. Che il debole di suo, come ha detto il sacerdote durante la messa del trigesimo, non può subire anche la “forza” delle istituzioni: «Che cosa significano – ha spiegato nell’omelia - quei segni sul suo corpo? Abbiamo bisogno di sapere. La sua memoria esce dal privato e diventa un appello per il rispetto della dignità dell’uomo, per il rispetto dei diritti umani anche di coloro che si trovano in stato di detenzione».
 
Come si può vedere Stefano ha dato tanto, non solo alla sua famiglia, ma anche al dibattito su un argomento quasi tabù nel paese. E cosa può fare adesso la società tutta per lui? Giustizia, prima di tutto. Ma ecco che l’idea di un riconoscimento alla memoria per Stefano, infine, potrebbe essere un segnale ufficiale che lo Stato dà a un suo cittadino che ha avuto la sfortuna di imbattersi in esecutori vigliacchi di una legge che non esiste. Un riconoscimento alla memoria, dunque, perché da oggi tutto il paese non potrà non avercene una ricordando quello che ha subito quel povero ragazzo. Proprio da quello Stato che doveva proteggerlo. Non solo giudicarlo.

24 novembre 2009

 
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