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La storia dello di uno stereotipo/idealtipo coltivato nei secoli

Quella bellezza italiana
che da sempre cattura gli stranieri

Questo Figure del desiderio. Storia della bellezza femminile italiana (Laterza, pp. 477, euro 12) opera ponderosa di Stephen Gundle, è proprio un bel libro e bene illustrato, dedicato alla piccola e immensa ossessione che gli stranieri hanno sempre coltivato nei riguardi della bellezza italiana, anzi, molto meglio, della bellezza all’italiana. Dicendolo un tanto al chilo, se l’Italia d’oggi esporta come suo stereotipo dominante (lo scrive Aldo Cazzullo, in buona misura è condivisibile) il trittico pizza-sole-mandolino, il Belpaese ha sempre coltivato di sé all’esterno, come immagine autoprodotta ed etero celebrata, l’idea della donna bruna, bonona, formosa, sensuale, terragna e perciò legata a un elemento tellurico, indomito, fiero.

Non a caso vecchi refrain italiani intendono la donna, talvolta, come un animale da domare: messo in bocca al principe di Salina, magari con le fattezze cinematografiche di Burt Lancaster, fa molto immaginario anni Cinquanta, messo su carta da un nobil signorino forse britannico piuttosto che polacco, all’incedere dell’Ottocento, è materiale su cui si sono consumate le speranze, le illusioni e le mollezze dei grand tour degli sbarbatelli che abbandonavano nebbie e brume per accalorarsi al sole e ai piaceri italiani. La tesi di Gundle è che, al di là della modernizzazione e al di qua di una rivoluzione femminista mai interamente compiuta, il canone della bellezza italiana, dalla Lucia dei Promessi sposi a Manuela Arcuri, non è che sia cambiata troppo. Le icone globali di italianità, vedi la Loren (prima che alcuni tiraggi la trasformassero nella maschera di se stessa), sono sempre le stesse, lo stereotipo, o se volete l’idealtipo, che circola è puntualmente quello della femmina giunonica, pettoruta, bruna, carnosa e carnivora.

E sempre secondo Gundle, essendo questo stereotipo colato nel calco della nostra identità nazionale, resiste anche nelle nuove generazioni e nelle mamme delle nuove generazioni. Qui non sono d’accordo: l’affermazione che le donne italiane hanno un approccio strumentale al fitness e l’attitudine a non esagerare con la chirurgia estetica esprime più un auspicio che un dato di realtà. È sufficiente guardare i modelli televisivi (e non stiamo parlando delle veline, che tutto sommato rispettano il canone italiano di bellezza) per accorgersi che l’etica e l’estetica del ritocco, la botulinizzazione della forma che la bellezza assume nel consumo di massa hanno messo piede, cosce e tette anche nella concezione estetica che la donna italiana ha di sé. Rendendola, spiace per Gundle ma anche per l’autostima femminile e chi ne gode, più simile a ciò che accade a Los Angeles, meno a ciò che è storia in Sicilia, nella sauguitudine veneta o nella veracità campana.

Angelo Mellone

25 novembre 2009

Stephen Gundle
Figure del desiderio
Laterza,
pp. 477, euro 12

 

 
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