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Io non mafio / 1

Il boss e il fascino del male.
Una "sgrammaticatura civile"

di Giovanni Marinetti «Il Giorno della civetta è uno di quei libri che non avrei voluto fossero mai scritti. Ho una mia personale teoria. Non si può fare di un mafioso un protagonista, perché diventa eroe e viene nobilitato dalla scrittura. Don Mariano Arena, il capomafia del Giorno della civetta, giganteggia. Quella sua classificazione degli uomini – omini, mezzi uomini, ominicchi, piglianculo, quaquaraquà – la condividiamo tutti. Questo finisce con l'essere indirettamente una sorta di illustrazione positiva del mafioso e ci fa dimenticare che è il mandante di omicidi e fatti di sangue. Questi sono i pericoli che si corrono quando si scrive di mafia. La letteratura migliore per parlare di mafia sono i verbali dei poliziotti e le sentenze dei giudici. Saviano è riuscito a dimostrare che si può scrivere un libro – non un romanzo perché è una cosa diversa – e mostrare la camorra per quello che è. Ma è un caso isolato».

Questa rubrica settimanale parlerà di mafie. E le parole di Andrea Camilleri al Fatto quotidiano pongono un problema serissimo: come si può scrivere di mafia senza mitizzarla in qualche modo? Il giorno della civetta è il primo romanzo che parla di mafia, nel 1961!, e la sua importanza culturale, politica, civile è oggettivamente straordinaria. Per fortuna è stato scritto. Eppure è importante domandarsi in che modo abbia inaugurato, ispirato, prestato il fianco a un filone di film, opere, articoli, che nelle descrizioni del mafioso, pur in buona fede, risaltano il fascino del male.

La trilogia del Padrino è storia del cinema, don Vito Corleone interpretato da Marlon Brando è un macigno grosso quanto l'Everest nell'immaginario globale, con tutto il suo addobbo di “onore”, “rispetto”, tutto pittato in salsa hollywoodiana. Non si sarebbe dovuto realizzare? Forse no, ma sarebbe stato giusto non farlo? E il Capo dei Capi, la fiction su Totò Riina? Quasi sicuramente no. E tutti i film che parlano di magistrati morti, poliziotti, giornalisti impegnati nella lotta alla mafia, descritti come moderni Ettore, sconfitti da un destino immutabile? Forse dovrebbero essere ri-tarati.

Il problema è tutto qui: sconfinare nel territorio dell'arte, entrando con categorie nette, limitando la libertà di chi pensa fantasia è cosa complicata. Dovrebbero essere solo la sensibilità dell'artista, il rispetto verso (il dolore di) un popolo, l'onore che merita la verità a doverlo condurre per mano; quando questi mancano, e ci si inginocchia ad uno stereotipo, allora denunciare la sgrammaticatura civile di un racconto che prende strade pericolose è giusta.

Ma se Marlon Brando è fantasia, è il giornalismo che non può e non deve cadere nella trappola della mitizzazione della mafia. Quando Provenzano fu arrestato, in quel tugurio, con quei vestiti consumati, con la tv mal funzionante, il mondo vide un vecchietto incontinente, proprio con il pannolone. Quello che la stampa ha continuato per anni a descrivere come un dio (del male) in terra, era in realtà un vecchietto col pannolone. Ecco, iniziare a ripensare la narrazione giornalistica della mafia sicuramente darebbe più coraggio a chi vuole denunciare, ruberebbe un ragazzino all'idea di poter finire in quelle condizioni se dovesse scegliere la mafia, renderebbe meno autorevole un capo agli occhi dei suoi soldati. E lascerebbe il resto all'arte, così da poter dire uscendo dal cinema: «Certo, figo il boss, ma quello è un film...».

29 novembre 2009

 
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