I pessimisti sono davvero una brutta razza. Perché si possono nascondere dietro a un’apparente affabilità fatta di buone maniere e raffinato eloquio. Questa volta è il caso del giornalista montanelliano Beppe Severgnini che nella sua rubrica su Sette del Corriere della Sera in un paio di righe ha seppellito ogni speranza futura per una destra “altra” rispetto quella con la bava alla bocca: «Dopo la destra muscolosa (Msi), la destra battagliera (An) e la destra populista (Pdl), Gianfranco Fini – ecco la tesi espressa su Italians – vorrebbe la destra delle regole. Quella che in Italia perderà sempre, come Montanelli aveva capito».
Superato il primo momento di sconforto, come se l’Italia fosse condannata a non cambiare mai, a rimanere anchilosata su posizioni, vizi, perversioni del passato, ci si rende conto che quello di Severgnini è un pessimismo assoluto e irreale, perché fondato su postulati indimostrabili. Un pessimismo intimamente cattivo. «Montanelli lo aveva capito», l’Italia non ha speranze, ci dice Severgnini come se la frase tagliasse la testa al toro di ogni possibile ottimismo. Come se la frase smantellasse la fiducia di chi non vuole fare politica come se tutto fosse già scritto. Come se la storia di un popolo coincidesse con il suo destino. Col suo futuro.
No, caro Severgnini, non funziona così, non può funzionare così. Perché l’azione pubblica ha l’obbligo etico di essere ottimista. E questo obbligo è ancor più vincolante se si tratta di costruire, dare forma, a una destra delle regole e dei diritti. Una destra libertaria e non autoritaria, riformista e non conservatrice, democratica e non populista. E citiamo pure lo storico e sociologo Giovanni Tassani, che già nel 1982 intravedeva una destra non gerarchica, non totalitaria, non antimoderna, non patriottarda, non razzista e non classista.
E senza questa destra l’Italia non diventerà mai quel paese normale che si merita di essere. Un paese in cui le cose stanno al posto giusto e in cui il dibattito politico e culturale non degenera in una guerra antropologica in cui nessuno riconosce la legittimità dell’avversario. E questa destra, ne siamo convinti, ha vinto prima di vincere. Ottimisti? Sì, certo. Ottimisti con orgoglio e per convinzione. Perché se non esistesse “la destra delle regole” sarebbe l’Italia tutta insieme a perdere le sfide della storia. Ma sappiamo che non succederà. Nonostante Montanelli. Nonostante Severgnini.
10 dicembre 2009