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Non per essere bacchettoni, ma i portoni della decenza sono stati superati

E se intanto dicessimo basta
alle domeniche splatter?

di Angelo Mellone Non siamo nati a Bacchettonia, ma lo diciamo lo stesso: ha fatto bene, anzi benissimo Massimo Giletti a porre un freno all’inarrestabile degenerazione non trash, magari fosse ancora trash, ma quasi splatter dei programmi d’intrattenimento della domenica pomeriggio. Quei programmi, cioè, che sono destinati alle famiglie come blocchi unitari di audience, quelle che dopo il pranzo coi parenti accendono la televisione e per digerire, come ammazzacaffè, si godono la consueta telerissa.

Chi scrive sa perfettamente che lo scrutinio del minuto per minuto, l’adrenalina da sorpasso, l’imperativo categorico di lasciar da parte la morale per afferrare ora l’amoralità ora il moralismo sono quello che conta nella post-televisione. Ma osservare ciò che accade non equivale a piegarsi per forza alla transizione dal nazional-popolare al nazional-trash al nazional-inguardabile con la solita, eterna scusa in forma di sillogismo che siccome il pubblico ha sempre ragione, e il pubblico ti premia, tu hai ragione a fare quel genere di programmi. È ovvio, e quasi umano, che uno squartamento in diretta attira lo spettatore più di un ragionamento sul sufismo con Battiato, ma questo basta all’apologia dello squartamento in diretta? Mah. Boh.

Qual è l’oggetto del contendere che ha mosso l’esternazione di Giletti? Il conduttore, come è noto, ha preso di punta la sua collega e concorrente di share Barbara D’Urso, nel cui contenitore ultimamente abbiamo osservato come si possono varcare tutti i portoni della decenza per tuffarsi nella frantumazione in pillole di contropedagogia di argomenti serissimi come l’Islam o l’omosessualità. Hanno chiesto scusa, poi, gli autori delle mattanze della decenza che han fatto dire a Daniela Santanché che Maometto era pedofilo o hanno schierato sul ring dell’insultificio Sgarbi e Cecchi Paone a beccarsi sui gay. Giletti è stato chiaro e, gli vogliamo credere, autocritico: « Investire sullo scontro certamente paga in termini di audience, ma secondo me è una strada pericolosa perché significa alimentare una discussione violenta su argomenti […]Ormai viviamo in una società di video-fango - tutti fanno video e li mandano alle redazioni - in cui conta solo la porno politica.[…] Forse è ora di fare un passo indietro. Altrimenti si creano solo dei mostri mediatici e si trasforma la tv in tele-trans».

Eterno dilemma per ogni conduttore, certo, epperò ogni tanto i conduttori possono ancora non aver venduto del tutto l’anima alla dittatura dell’ascolto. Ripetiamo, non siamo nati a Bacchettonia per essere in radicale disaccordo con la solita scusa, messa in bocca a Cesare Lanza ma potrebbe essere un chiunque tra moltissimi, per cui «La mia televisione spesso è definita “trash”. Uno stupido ritornello, in realtà si tratta di intrattenimento nazionalpopolare che è ben accolto da milioni di persone (offese, con me, da questo tipo di critica)». Né ci convince la replica della D’Urso che ammette di aver sbagliato due volte solo, «con l’episodio di Maometto e la rissa con Cecchi Paone», comunicando al contempo che non prende lezioni di moralità da Giletti o da chiunque altro perché il suo programma rispetta il Codice dei minori. E ci mancherebbe, ma è questo, solo questo il problema? È davvero impossibile offrire al pubblico, anche in una cornice di buon intrattenimento, discussioni di buon livello su buoni argomenti?

Se non metabolizziamo una volta per tutte che ci si può scannare sulle tette finte di qualche soubrette, o sulle corte di Titti a Pippi o di Sally a Pappy, e non succede nulla di male, ma non si può trasformare in spazzatura da audience ogni tema pur serio che capita sotto le grinfie di autori troppo smaliziati, la tv italiana è condannata a esser fatta esempio globale di cattiva tv. Se partiamo dall’idea, molto antiberlusconiana e molto girotondina tra l’altro, che il pubblico italiano del pomeriggio domenicale è la parodia del peggior telespettatore, allora la partita è già chiusa e al rotolamento della televisione nei bassifondi del trans-trash-splatter non ci ha ancora mostrato gli effetti speciali.

Se riteniamo, senza recarci a Bacchettonia, senza accenti moralistici, e senza rigurgiti di antica televisione pedagogica, che il pubblico – seguendo magari la teoria obamiana del nudging, ovvero dell’aiutino – si merita qualcosa di meglio, allora la proposta di Giletti va presa seriamente in considerazione, a maggior ragione perché il conduttore lavora nella televisione pubblica: meno ospiti, meno rissa, meno urla, argomenti più ponderati. Chissà che non succeda qualcosa di buono, caro Giletti. E poi di questi tempi la moderazione, la combustione del prurito da audience, lo scambio ineguale eppure doveroso tra share e decenza, dovrebbero metter tutti d'accordo.

15 dicembre 2009

 
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