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Paola Frassinetti
La deputata Pdl parla della tutela della nostra lingua

Paola Frassinetti: «L'italiano
ha bisogno di rilancio»

di Floriana Bulfon «La lingua è l’unico legame di unione che l’impeto dei secoli e della fortuna, né i nostri errori medesimi non hanno ancor potuto disciogliere: l’unico tratto di fisionomia che ci conservi l’aspetto d’una ancor viva e sana famiglia». Vincenzo Monti.

“Welfare: social card” per gli over 65: politici, giornalisti, economisti e mia nonna che legge e, a volte, ancora si chiede cosa sia il bancomat.

«Ao’ se vedemo asap per l’happy hour»: ragazzo romano davanti alla statua di Giordano Bruno a Campo de’Fiori.

«Che sia frendly e green. Prepara un ppt adok» scritto su un messaggio di posta elettronica aziendale, adok compreso».

È davvero questa la nostra lingua, quella stessa lingua che è stata la base universalmente riconosciuta della cultura moderna? L’italiano, che dovrebbe rappresentare il cemento unitario del paese, pare si sia contaminato di neologismi, burocratese, parole straniere. Contaminato e imbruttito. Perso. Per garantire qualità e unità alla nostra lingua, Paola Frassinetti, deputata del Pdl e vicepresidente della commissione Cultura, ha presentato una proposta di legge per istituire un Consiglio superiore che tuteli la lingua italiana.

In che modo e su quali ambiti e usi dovrebbe agire il Consiglio superiore?
L’italiano, stretto fra regionalismo e globalizzazione, ha urgente bisogno di un rilancio, nazionale e internazionale. Finora è mancata una politica linguistica degna di questo nome e ciò ha inciso non poco sulle condizioni, interne ed esterne, della nostra lingua. Il Csli, dovrà contribuire a colmare questa lacuna e suo obiettivo sarà quello di sovrintendere, alla tutela, alla valorizzazione e alla diffusione della lingua italiana.
Le finalità che si propone sono volte alla promozione degli studi scientifici sulla lingua, con lo scopo di fornire a insegnati e operatori culturali gli strumenti necessari per la valorizzazione del patrimonio linguistico nazionale; alla conoscenza delle strutture grammaticali e lessicali; all’uso corretto nelle scuole, nei mezzi di comunicazione, nel commercio e nella pubblicità; a una battaglia contro il burocratese, formulando proposte per agevolare e velocizzare la comunicazione tra cittadini e amministrazioni pubbliche. Dovrà essere un organismo di ausilio della politica linguistica del Governo. Non vuole sovrapporsi a quelli già esistenti, quali scuole, Università, Accademia della Crusca, Società Dante Alighieri, ma essere piattaforma di raccordo e di orientamento dove la componente politica e quella culturale e accademica possano interloquire nell’ambito delle reciproche competenze. Molte volte in passato la politica ha preso decisioni senza aver ascoltato il mondo della cultura.

Chi ne sarebbero i membri? Come dovrebbe essere organizzato concretamente?
Il Csli, come altri organismi già operativi in Stati come la Francia e la Spagna, avrà compiti di indirizzo e controllo. La proposta di legge prevede che sia istituito presso la presidenza del Consiglio dei ministri e che ne facciano parte come membri lo stesso premier nel ruolo di presidente, i ministri dell’Istruzione, dei Beni culturali, degli Esteri, dello Sviluppo economico, della Pubblica amministrazione, un rappresentante della conferenza Stato-regioni, un coordinatore tecnico-scientifico e docenti universitari.
 
A suo parere tutti i partiti avvertono con ugual urgenza la necessità di istituire il Csli? La Lega, ad esempio, tutela con forza i dialetti come espressione di identità locali che devono a loro volta essere protette.
Cinquanta deputati alla Camera hanno firmato la proposta, che è stata presentata anche al Senato. Hanno firmato deputati di tutto l’arco parlamentare, tranne gli esponenti della Lega.
Ritengo che i deputati leghisti sbaglino perché stanno scambiando una doverosa tutela delle tradizioni locali con quella della lingua che è invece unitaria. È una polemica che non ha senso esista, tanto più che molti dialetti si sono italianizzati. I dialetti  costituiscono un patrimonio storico del nostro paese, nell’ambito di tradizioni regionali genuinamente italiane, ma non si possono trasformare le parlate locali in piccole lingue nazionali. A mio avviso i problemi più rilevanti per la tenuta della nostra lingua sono venuti, in ordine di tempo, dalla legge 15 dicembre 1999, n. 482, Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche, in base alla quale il friulano e il sardo hanno acquisito lo status di lingue minoritarie alla stregua del ladino e del sud-tirolese. È stata una forzatura legislativa evidente a chiunque: gli idiomi in questione, infatti, non sono parlati fuori del territorio nazionale, né hanno come “lingua di riferimento” o “lingua tetto” una lingua diversa dall’italiano. Come era prevedibile, l’applicazione della legge ha dato luogo a un contenzioso tuttora in atto tra il Friuli e lo Stato italiano, che nel febbraio 2008 ha impugnato la legge regionale sulla “lingua friulana”.

Quali elementi sociali e culturali mettono più a rischio la purezza della nostra lingua? Fra lo slang dei social network e degli sms, il burocratese, gli anglicismi e le frasi fatte, quali sono i peggiori nemici dell’italiano puro?
Tutti sono nemici, ma credo che soprattutto gli anglismi siano i più imbarazzanti. Dire Made in Italy è allucinante. Quattromila termini inglesi imbastardiscono la struttura della nostra lingua.
Non sono un’autarchica fuori dal tempo, ma abbiamo espressioni italiane e non credo sia opportuno utilizzare parole come welfare o question time. Ritengo che l’inglese vada utilizzato, per esempio, nell’ambito dell’informatica, ma laddove sia possibile tutelare e utilizzare la nostra lingua è preferibile farlo.
Non si vuole una battaglia retrograda contro le contaminazioni straniere, ma semplicemente difendere un’identità che nel contempo è linguistica, culturale, sociale e umana. L’abbiamo difesa poco, per questo è stata esclusa dalla lingua del lavoro, eppure è la quinta lingua studiata al mondo.

21 dicembre 2009

 
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