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Da Facebook l'iniziativa di uno sciopero in difesa degli stranieri in Italia

E se gli immigrati
incrociassero le braccia?

di Rosalinda Cappello Immagina che domani la tua colf Elisabeth ti dica che non ci sarà per tutto il giorno e che a rassettare casa e preparare da mangiare dovrai pensarci tu, tra una corsa in ufficio e un passaggio a scuola per parlare con gli insegnanti di tuo figlio. Immagina che domani in fabbrica Abdul, Mohamed, Goran e Pedro non verranno e il reparto imballaggi resterà scoperto. E se anche Noris ti dicesse che domani la tua mamma anziana rimarrà da sola in casa senza nessuno che la accudisca, che cosa faresti? Se migliaia di Noris, Elisabeth, Mohamed, Goran e Pedro in tutta Italia decidessero di incrociare le braccia siamo sicuri che il ménage di molti italiani, se non l’intero sistema produttivo, non ne verrebbe condizionato?

È quello che rischia di accadere se, come sembra, l’iniziativa lanciata da un gruppo su Facebook andrà in porto. Il social network, ancora una volta, torna a essere il terreno di coltura di iniziative di massa, destinate a far parlare di sé. Da un mese circa è nato un gruppo, Primo marzo 2010, che ha oltre 9mila iscritti e che continua a crescere giorno dopo giorno anche attraverso iniziative locali. Nato a Milano, infatti, ha raccolto proseliti anche a Roma, Palermo, Brescia ed Emilia Romagna. L’idea arriva, però, dagli Stati Uniti attraverso la Francia dove è stato lanciato il manifesto 24 heures sans nous (24 ore senza di noi), che annuncia lo sciopero degli immigrati francesi per il primo marzo. Per protestare contro il razzismo e l’ostilità più o meno strisciante verso gli immigrati chi ha un lavoro si asterrà dall’attività e chi non ha un’occupazione, come le casalinghe e gli studenti, farà lo sciopero della spesa. In questo modo, gli organizzatori sperano che il paese si accorga dell’importanza degli immigrati per la società e per l’economia dello Stato in cui hanno scelto di vivere.

Già Emma Bonino, in occasione degli Stati generali degli immigrati che si sono svolti lo scorso novembre a Milano, aveva avanzato un’ipotesi: «Se gli immigrati per 24 ore si astenessero da lavoro e consumi, anche in Italia ci si renderebbe conto che serve guardare il problema con un’altra ottica». Come è successo negli Stati Uniti, dove nel 2006 l’iniziativa di una parte di ispanici contro un progetto di legge sul reato di immigrazione clandestina coinvolse milioni di persone che, da New York a Chicago, da Los Angeles a Houston, non andarono a lavorare e boicottarono gli acquisti, lasciando un segno sull’economia e sull’opinione pubblica americana.

Nadir Dendouane, uno dei portavoce del comitato organizzatore ha invitato alla mobilitazione tutti: «tutti quelli che si sentono o sono considerati immigrati…», che traducendo vuol dire i figli degli immigrati, nati o cresciuti in Italia. «Il nostro collettivo – ha detto sulla Stampa - raduna tutti, bianchi, neri, magrebini, uniti nel rifiuto di essere un capro espiatorio. Settanta anni fa eravate voi italiani a essere insultati, oggi è il nero o l’arabo. Ci siamo stufati». E che gli immigrati che lavorano e vivono onestamente si siano stufati di essere guardati con sospetto e sufficienza e di essere accomunati a chi nel nostro paese non si vuole integrare e sceglie la via del delinquere, è comprensibile. Sarebbe auspicabile, tuttavia, che i toni della protesta si mantenessero civili e non si scadesse in affermazioni come questa che arriva dal gruppo “Primo marzo” su Facebook, da un tale che si firma “un fiero genitore di prole multietnica”: «Ribelliamoci a ’sti infami schiavisti figli di puttana». Ecco, speriamo che non sia soltanto questo lo stato d’animo che guiderà chi scenderà al fianco della protesta.

E se è vero che, troppo spesso, la politica strumentalizza il senso di insicurezza dell’opinione pubblica centrando l’attenzione sugli episodi di criminalità di cui si rende protagonista una parte degli immigrati, è altrettanto doveroso non dimenticare che la nostra economia si fonda anche sul loro contributo - spesso non adeguatamente retribuito e tutelato - e che sempre più famiglie si giovano delle cure in cui sono impegnate badanti e baby sitter straniere. 

Se l’iniziativa andasse in porto, il paese non potrebbe non accorgersene, considerando che oltre alle già citate colf, badanti e baby sitter, molti stranieri sono infermieri, pizzaioli, operai, agricoltori, camerieri, cassieri, addetti alle pulizie e ai servizi, operatori turistici, mediatori culturali, insegnanti, informatici, medici, politici, giornalisti, etc. e insieme contribuiscono a circa il dieci per cento del nostro prodotto interno lordo.

Un esercito di persone che si vuole concedere un giorno intero per scendere in piazza e affermare la propria dignità. Una moltitudine di uomini e donne di quei 240 milioni, secondo le stime dell’Oim, emigrati all’estero che hanno il diritto – se vivono secondo le regole del paese in cui hanno scelto di fermarsi e lavorare - di non essere criminalizzati o sminuiti nei diritti.

5 gennaio 2010

 
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