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L'Intervista Rss


Antonello Piroso
Il direttore del tg La7 il futuro è l'incontro tra pc e tv

Piroso: «La rete non diventi
la discarica dell'informazione»

di Giovanni Marinetti Direttore delle news e dello sport de La7, ideatore e conduttore di Niente di Personale e Omnibus, Antonello Piroso sogna un giorno di poter integrare il suo tg con un “web tg”. Desiderio in linea con il suo stile di conduzione veloce, preciso, moderno.

Direttore Piroso, lei ha dichiarato che trova obsoleta la distinzione tra media, tra pc e tv. Perché?
Perché sempre di più il pc viene usato esattamente come una tv: per rivedere programmi andati in onda. E perché, al contrario, la tv fa propri contenuti “postati” su - o addirittura prodotti per - Internet. Naturalmente, mi riferisco a fasce di pubblico più giovani e avvertite. Gli ultra 50enni e 60enni dipendono ancora molto, solo ed esclusivamente, dalla televisione, che sarà però costretta a forme sempre più interattive per competere con la ricchezza del web. Attenzione: non dico che questo succederà domani, ma che la tendenza è irreversibile. E non porterà alla scomparsa del medium tv. Nessun mezzo nuovo ha mai soppiantato quello precedente: la radio non ha cancellato la stampa, la tv non ha cancellato la radio, la Rete non soppianterà la tv (come, per parlar d’altro, il cinema non ha eliminato la fotografia, l’immagine fissa). Ci sarà un’evoluzione imposta dallo sviluppo tecnologico e infrastrutturale, con convivenze e convergenze che si reggeranno su nuovi equilibri.

Cos’è un “web tg”?
Per una rete televisiva, un tg che raccoglie il testimone di quello trasmesso in chiaro dal piccolo schermo, e riempie il “buco” tra un’edizione e un’altra: con uno studio ad hoc, un conduttore, servizi, ospiti a ciclo continuo. Del resto, già i siti dei giornali si sono attrezzati per far vedere videoservizi, e a Repubblica hanno varato l’edizione web tv.

Da direttore di un telegiornale, guardando ai suoi colleghi: pensa che siano abbastanza “moderni” da poter affrontare questi cambiamenti?
Mah, dipende. I manuali di sociologia insegnano che in ogni gruppo si genera la resistenza al cambiamento. Non si va incontro alle novità perché si ha paura di veder venire meno le proprie sicurezze e le proprie certezze. Spesso tutto ciò è solo frutto di pregiudizi. Nella nostra professione, poi, scontiamo una certa qual resistenza sindacale preventiva. Per carità, è giusto contrattare le migliori condizioni e le più opportune garanzie. Purché questo non si traduca in una sorta di veto permanente.

Ffwemagazine è un giornale online: che futuro prevede per la carta stampa e per i giornali online?
Ho saputo che in Gran Bretagna c’è un quotidiano che ha invertito l’ordine dei lavori. Cioè: prima i giornalisti scrivevano per l’edizione in edicola il giorno dopo, e solo a pubblicazione avvenuta i loro articoli venivano messi in pagina su Internet. Poi hanno deciso di rivoluzionare il sistema: gli articoli vengono tutti scritti per finire subito online, e chi non vuole o non può leggerli sul web, il giorno dopo si compra la copia cartacea. La trovo una soluzione equilibrata e più aderente allo spirito dei tempi. Che stanno cambiando velocemente, anche perché lo sviluppo di mezzi quali Blackberry e Iphone ti dà la possibilità di essere connesso sempre (se la rete infrastrutturale funziona).

Quanto può essere utile la rete per difendere la memoria del paese?
Tantissimo. Il problema è a monte. Cioè: chi seleziona cosa è giusto ricordare, e in che termini? Quale la sua serietà e competenza? Chi garantisce sulla fondatezza di ciò che viene raccontato? E sulla completezza, per non essere sempre e comunque un paese dalla memoria divisa?

Google si ribella alle censure del governo di Pechino: è ancora più forte la politica o la rete riuscirà a imporsi anche a essa?
Dipende. Certo, blindare un paese, isolarlo dal mondo, pensare che esso possa essere impermeabile a quanto succede fuori dai suoi confini, è una strada che non porta da nessuna parte. Non ha funzionato con il blocco sovietico, quando le notizie viaggiavano come lumache e comunque si scontravano contro la Cortina di Ferro, figuriamoci oggi. Il problema è un altro: siamo proprio sicuri che la moltiplicazione dei canali e delle fonti, parcellizzate e magari in conflitto tra loro, sia una minaccia per il potere? Voglio dire: più le notizie si “polverizzano”, in quell’enorme supermarket che è Internet, e più il potere può paradossalmente occultare i suoi veri disegni e le sue vere manovre. Non dobbiamo coltivare l’illusione che, con la rete, si sia necessariamente più consapevoli e più forti.

La rete è sempre sinonimo di libertà di informazione?
No: talvolta, è una discarica di immondizia. Che andrebbe bonificata: non si capisce perché, se io mi affaccio dalla finestra e comincio a sbraitare nefandezze su terze persone, vengono denunciato, o, peggio, portato via con la camicia di forza. Invece su Internet, in nome di una malintesa libertà d’espressione, se scrivo o pronuncio accuse, insulti o appelli deliranti, non mi si può far nulla perché altrimenti io e i miei sodali gridiamo alla censura. Ogni tanto qualcuno si diverte a immaginare che esistano zone franche, un po’ come allo stadio, dove vengono esibiti striscioni o intonati cori vergognosi contro i quali non s’interviene praticamente mai. Be’, mi spiace: per me non è così.

Cosa pensa dei social network come Facebook, anche alla luce dei recenti fatti di cronaca?
Credo di aver già risposto. Il problema non è poter dire o fare certe cose, la questione è sempre il come. Quanto alla possibilità di relazionarsi, teoricamente, all’intero pianeta, è una meravigliosa opportunità. Peccato che spesso chi si mette su Internet per – solo pochi anni fa si sarebbe detto: chattare - legarsi in un social network ritrovando, per esempio, amici di infanzia, compagni di scuola, colleghi di precedenti esperienze lavorative, o per condividere una speranza, un appuntamento, una battaglia civile, è la stessa persona che, magari, non ha la più pallida idea di chi sia il proprio vicino di casa.

18 gennaio 2010

 
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