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La via italiana al convivenza delle diversità

Ma il multiculturalismo
non è la soluzione

di Angelo Mellone La storia momentaneamente a lieto di fine di Almas, la pachistana rapita dalla famiglia e ritrovata dalle forze dell’ordine perché non voleva sposarsi in un matrimonio combinato, questa vicenda triste e allegra, paradossale, inquietante, ironica, cinica, ecco, questa vicenda ci mostra che il multiculturalismo è una fregnaccia. Ripetiamo: il multiculturalismo è una fregnaccia. Esistono portatori insani di tradizioni arcaiche, nemiche della parità dei sessi, dell’umanità delle relazioni familiari e sociali, i primi nemici che deve combattere, sconfiggere, respingere, chi crede a una buona cultura dell’inserimento degli stranieri anche attraverso lo strumento della cittadinanza. La cittadinanza esprime una monocultura politica, un unico sistema di regole e valori entro cui agire politicamente, non una multicultura.

L’illusione della convivenza pacifica e disarmata tra culture, credi religiosi compresi, nelle democrazie ha sempre un limite invalicabile, una frontiera che qualunque estremista, qualunque fondamentalista, qualunque fanatico, ivi compresi quelli che ci fabbrichiamo in casa, deve tenere presente: il rispetto dei diritti umani fondamentali. Tra questi diritti non c’è quello alla felicità, che lasciamo agli utopisti, ma dimora sicuramente il diritto per una donna di non essere ridotta in schiavitù passando da una forma di vassallaggio al padre a un nuovo schiavista che la considererà poco più di un oggetto, un utensile buono per ospitare in utero la prole e soddisfare i propri desideri sessuali (senza provarne piacere, è ovvio, da quando in qua…).

Sì è vero, la storia dei matrimoni concordati, del maschietto che va dal futuro suocero a “chiedere la mano” (e poi che ci fai con la mano, la trascini via la tua promessa sposa?), l’idea che la donna debba passare da una forma di tutela a un’altra ma entrambe fondate sulla gelosia e la prevaricazione, decenni fa dimorava anche in Italia. Ma poi abbiamo superato questi residui arcaici, spesso nutriti di falsa coscienza religiosa e religiosamente falsa, e attraverso la catarsi democratica e femminista, e una buona legislazione divorzista, siamo approdati anche in ambito matrimoniale alla società fondata sull’inalienabilità dei diritti della persona.

Ecco perché la storia di Almas, l’ennesima storia che scodella nel piatto dei nostri buoni sentimenti una realtà che dobbiamo chiamare per nome e cognome senza imbellettamenti, mostra per l’ennesima volta che se la società multietnica è il nostro destino, la società multiculturale è un miraggio neppure troppo desiderabile. A meno che. A meno che la pluralità di culture non accetti – per potersi dispiegare nel costume o nelle espressioni religiose – di piegarsi e adattarsi al regime di diritti civili delle società occidentali, l’unica cornice possibile dove tutelare e valorizzare la diversità. Per questo, anche su questo magazine, abbiamo sempre appoggiato l’idea di una “via italiana”, per dire, all’Islam, perché un conto è la convivenza religiosa, auspicabile e possibile, un conto è la tolleranza verso forme intollerabili di istinti feudali. La diversità è l’obiettivo di un buon ordine sociale che col multiculturalismo, l’illusione sciocca di trasformare le nazioni in parchi giochi, e i danni che ha già fatto in Occidente, non c’entra niente.

21 gennaio 2010

 
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