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La creatività come incontro di tradizione e innovazione

Il sogno di un'Italia leg"o"lizzata

di Federica Colonna Il secchio simile a quello del Dash, ma molto più grande. L’odore di plastica quando resta sotto al sole, un po’ cotta, come i giochi del mare. Giallo, blu, verde, rosso: i colori tutti insieme per montare un palazzo che nemmeno un fantasioso costruttore della Bassa avrebbe mai pensato negli anni Settanta. Ma un bambino sì. Perché in fondo quello che permettevano i Lego era un mucchio di fantasia e un bel po’ di ingegno, che a costruirci le casette ogni bimbo dimostrava allo stesso tempo l’immaginazione di un architetto e il senso precoce per la statica di un ingegnere. Chi non ha rivoltato quei contenitori cilindrici, alti come il cugino più piccolo di tre anni, e raccolto con avidità tutti i pezzi di Lego più grandi? Chi non ha almeno una volta sorriso davanti alla villetta gialla bianca sgangherata messa in piedi sopra il tappeto della camera da letto? Insomma, le costruzioni sono state uno dei giochi prediletti della generazione disconnessa, quella senza web, ma con tanta plastica fluo da metterci su i castelli.

Un ricordo, i Lego, un pezzo di memoria condivisa, un racconto comune, che certe volte fa più calore ed empatia un gioco o un cartone animato giapponese piuttosto che aver vissuto con occhi da adolescente Tangentopoli. Fa più comunità un gioco condiviso che un pezzo di storia vissuto simultaneamente, ma non insieme.

Giocare con i Lego è stato, in un certo senso, un atto mitopoietico per molti trentenni di oggi: la fantasia che prende forma, il mondo coniato con le proprie mani, il gesto per cui se oggi conosci qualcuno che l’ha compiuto ti è immediatamente simpatico. Dopotutto Facebook pullula di gruppi e di applicazioni da condividere se alle scuole medie si mangiavano le patatine solo per trovare la manina appiccicosa, o si collezionavano le figurine della Panini con i calciatori di tutte le squadre, anche le più sfigate. Condividere un gesto, un ricordo dell’infanzia, è riconoscere l’altro come un simile, è in un certo senso una sorta di legittimazione sociale: «Hai giocato come ho fatto io, posso fidarmi di te!». Il gioco non è un fatto da bambini, tutt’altro; è una specie di simulazione e di sintesi della vita con tutto il suo carico di sfida, competenze, fantasia, e, quando ci vuole, una buona dose di fortuna.

Lego sa di aver fatto parte della vita dei piccoli ormai grandi ma non si è arresa a diventare un pezzo di tradizione. Il mondo dell’impresa, a differenza di quello della politica, può contare sulla celebrazione dei fasti del passato fino a un certo punto. L’obsolescenza è più veloce. Così veloce che oggi Lego diventa 2.0. intanto è nata la Lego Click Community, un social network di crowdsourcing, per cui tutti quelli che vogliono, i bambini diventati architetti, ingegneri, insegnanti o salumieri,  è possibile proporre progetti per l’azienda in una sorta di ideazione collettiva. I bambini di un tempo, adulti di oggi, hanno la possibilità, di sciuro remunerativa per l’azienda, di mettere alla prova la loro fantasia. Ma non solo. Lego diventa un gioco: un MMo, Lego Universe, per cui ci si costruisce il proprio avatar colorato, magari non solo blu come i Na’vi così famosi in questi giorni, e ci si muove in una fantastica Legolandia.

YouTube, inoltre, è invasa da una nuova moda: quella di pubblicare video delle canzone dei Beatles realizzati con le costruzioni più famose del mondo. Un tripudio di nostalgia plasticosa e musicale mixato con l’originalità del web. Una continua scoperta per cui la creatività manuale e multicolor dei mattoncini diventa un’esperienza virtuale e collettiva. Il messaggio, in fondo, è semplice: legolize yourself!

Insomma, Lego ha saputo fare quel passo avanti che la porta dall’essere un pezzo di tradizione mezzo morto, buono per un sorriso empatico tra vecchi compagni di classe e di biglie, a un’avanguardia giocosa e allegra. La genialità di Lego sta nel modo in cui considera la creatività: non come un colpo di genio, ma come un insieme di tradizione e innovazione, la metamorfosi costante che permette di mantenere un’identità viva e vitale mutando con il mutare dei tempi. Chissà, magari tra dieci anni ci saranno ventenni aitanti che sorrideranno perché hanno condiviso un’esperienza. Magari non profumerà di plastica mezza consumata, né sarà chiusa la sera dentro un contenitore con la stampa fuori, ma sempre di lego experience si tratterà.
Ecco come le icone resistono al passare del tempo: trasformandosi. In fondo è per una ragione simile che da queste parti si sogna un’Italia leg"o"lizzata. 

21 gennaio 2010

 
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