«La 'ndrangheta ha suddiviso la Calabria in tre zone d'influenza: la costa tirrenica, quella ionica e la città di Reggio Calabria. Anche non sapendolo, lo si capirebbe dall'odore. Dall'aria che sa sempre un po' di bruciato. Negli anni Sessanta e Settanta la 'ndrangheta si accaparrò le imprese agricole di maggiori dimensioni, vigneti e oliveti – a la procura non poté muovere accuse perché i proprietari non avevano denunciato quelle vendite effettuate sotto ricatto. La 'ndrangheta controlla ogni respiro, ogni chilometro di strada, ogni pensiero».
Tratto da Santa Mafia di Petra Reski (Nuovi mondi editore, 319 pagine, 19,50 euro)
Non c'è un don Vito Corleone della 'ndrangheta, non c'è un Gomorra che ne descriva luoghi e riti. Libri sì, ma non c'è nell'immaginario collettivo, cinematografico, letterario. Non c'è e molti non la conoscono. La 'ndrangheta è un mistero, un mostro sconosciuto per troppi. Tranne che per i calabresi.
La parola mafia ha ingoiato tutto nel tempo e immischiato storie e realtà diverse, facendo diventare il Sud un'unica grossa vittima dello stesso carnefice. Ma se usare le parole è fondamentale per distinguere e capire, e capire consente di agire nel giusto modo. In Germania hanno imparato la parola 'ndrangheta dopo la strage di Duisburg. La 'ndrangheta l'avevano in casa e aveva ucciso.
Nelle ultime settimane anche gli italiani hanno iniziato a capire che la 'ndragheta non è uno scherzo, che la Calabria ha un problema. E molto serio. E non è più tempo di fare finta di niente.
All'inizio di gennaio una bomba davanti alla Procura generale di Reggio Calabria. Un avvertimento si disse, le “famiglie” si erano unite per avvertire lo Stato, forse un tentativo per cercare di “trattare” con esso. Qualche giorno dopo gli spari agli immigrati di Rosarno, la rivolta degli africani e la caccia al nero. Anche lì, tra sfruttamento e illegalità, lo zampino della 'ndrangheta è un dubbio inquietante e nemmeno tanto lontano. E poi una macchina parcheggiata e malandrina. Con esplosivi, armi. Un benvenuto tutto particolare ad una persona speciale in visita a Reggio Calabria: il presidente della Repubblica. Un segnale chiarissimo quello della 'ndrangheta, interpretato così dal procuratore nazionale antimafia Piero Grasso: «noi, con tutte le forze di polizia che ci sono qui per la visita del Capo dello Stato, riusciamo a piazzare un'autobomba con armi ed esplosivi».
Che fare ora che i riflettori sono accesi? Mandare l'esercito, s'è detto. Forse servirebbe, potrebbe aiutare. Forse no. Il rischio di considerare la Calabria un unicum culturale sarebbe un errore. Il rischio di una “colpevolizzazione” di un popolo, così geloso della propria terra e con una mafia così forte – si pensi al problema della mancanza di pentiti nella 'ndrangheta – potrebbe sortire un effetto opposto a quello desiderato: una maggiore chiusura che porterebbe con sé solo più silenzi.
Serve più Stato, con più controlli, partendo anche dalle piccole cose; serve più cultura; servono più investimenti sani; la società civile calabrese deve essere coinvolta di più. Servono soprattutto esempi di ribellione come quelli siciliani dopo le stragi di Falcone e Borsellino. Non è terra di guerra, ma è la terra di un popolo che chiede aiuto per avere coraggio.
Sicuramente servono, come sostiene il Procuratore capo di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, più magistrati. Come servono iniziative politiche, segnali, come quello voluto dal candidato alla presidenza della regione, Giuseppe Scopelliti, di un codice etico che vieta la candidatura agli indagati. La Calabria oggi ha bisogno di una mano. Aiutare i calabresi a cambiare è dovere di tutti. Prima che la 'ndrangheta diventi solo un altro film senza lieto fine.
24 gennaio 2010