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Calabrò (Agcom) mette in guardia da provvedimenti inefficaci e restrittivi

La censura preventiva
non rende il web più sicuro

di Rosalinda Cappello Internet è la più alta manifestazione della libertà di espressione dell’uomo contemporaneo. Internet mette in rete milioni di persone in un click, permette di approfondire conoscenze, di scambiarle, di farle circolare superando i confini tra gli Stati. Internet è un potenziatore culturale. Ed è un baluardo nella lotta per la libertà. Il recente caso dell’Onda verde iraniana ce lo ha raccontato.

Ma, si potrebbe obiettare, Internet è anche uno strumento che può essere usato come “arma” di intimidazione, di diffusione come veicolo di messaggi negativi e violenti e per incitare a compiere azioni contrarie al vivere comune e civile. Sì, non si può negarlo, ma non si può nascondere neanche che in questo Internet è come un qualsiasi altro strumento di comunicazione. Il punto, semmai, riguarda l’uso che se ne fa, l’intenzione che sottende al suo utilizzo.

Vogliamo fare un processo alle intenzioni, allora? Vogliamo riesumare pratiche censorie di controllo preventivo della circolazione di informazioni? Vogliamo emulare sistemi che ancora oggi, come la recente disputa Cina-Google ci ha fatto vedere, censurano lo scambio libero di idee e opinioni?

Ricorrere a un filtro su Internet, come propone il decreto Romani rischierebbe di ottenere questo risultato. E, oggi, lo ha sottolineato anche Corrado Calabrò, presidente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, dichiarando che «un filtro generalizzato su internet da una parte è restrittivo, come nessun paese occidentale ha mai accettato di fare, dall’altra è inefficace perché è un filtro burocratico a priori». Secondo il presidente dell’Agcom il problema di internet esiste, e se «un intervento ex post nel caso un sito delinqua è necessario e dovuto», tuttavia, «un filtro ex ante è non solo una cosa puramente burocratica, poiché non sappiamo se il sito delinquerà o no, ma non tiene neanche conto del fatto che i siti internet sono come la testa dell'Idra, ne chiude uno e se ne apre un altro».

Un tipo di provvedimento, dunque, che andasse in questa direzione sarebbe del tutto inutile dal punto di vista dei risultati oltre che abnorme. Non risolverebbe il problema e sarebbe un inquietante ostacolo alla libertà di espressione. Se il nostro paese si mettesse su questa strada, si connoterebbe come l’unico Stato europeo ad avere un regolamento restrittivo del mondo della rete. La soluzione prospettata dal decreto Romani, infatti, si colloca fuori dal quadro della direttiva europea sull’audiovisivo. Anzi, «la rende in contrasto con la normativa europea: come tale può far sorgere questioni con la Commissione europea che indubbiamente farebbe dei rilievi su questo».

Per affrontare in maniera costruttiva il problema della sicurezza di internet senza correre il rischio di invadere la sfera delle libertà individuali, sarebbe il caso di evitare soluzioni che nella pratica si tradurrebbero in una sorta di bavaglio alla rete. Il confine tra censura e libertà spesso è labile. E nel dubbio di incappare in pratiche censorie dettate da uno scarso approfondimento della questione e dall’urgenza dell'azione normativa, forse sarebbe auspicabile propendere per la salvaguardia della libertà. Magari, lavorando ad azioni concordate per affrontare il nodo internet, coinvolgendo i diversi Stati, in modo da rendere più efficaci e condivise le direttive da seguire. E, per proteggere il web dal rischio di essere imbrigliato e privato della sua peculiare forza dirompente in grado di collegare persone, idee e realtà molto diverse tra loro, abbattendo i confini geografici e della conoscenza.

Per questo motivo, l’azione dovrebbe essere guidata dal pensiero che schierarsi per la libertà o per una restrizione di internet è una scelta di campo tra una civiltà e un’altra, tra sistemi liberali che difendono la libera espressione dei loro cittadini e li preservano dal rischio del pensiero unico, anche attraverso internet e i social network, e quelli illiberali che temono il pericolo del libero pensiero. Gli Stati Uniti, per esempio, con il segretario di Stato, Hillary Clinton, qualche giorno fa, hanno fatto la loro scelta di campo dichiarando che promuoveranno le tecnologie per aggirare la censura alla rete. E noi? Per evitare un uso inappropriato della rete da parte di potenziali malintenzionati, vogliamo correre il rischio di imporre limitazioni in casa nostra con provvedimenti restrittivi?

1 febbraio 2010

 
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