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La giornata della filosofia in Iran? Ma gli ayatollah prima accettino il "dubbio"

Caro Veneziani, ecco perché
boicottare Teheran è giusto

di Fabio Chiusi Opporsi alla candidatura di Teheran per la prossima giornata mondiale della filosofia non significa applicare delle «sanzioni filosofiche» all'Iran, né «boicottare» l'iniziativa dell'Unesco in nome di una supposta «priorità della democrazia sulla filosofia». Sbaglia Marcello Veneziani su Il Giornale ad attribuire tali concetti a chi, come Giuliano Amato e i membri del Comitato Scientifico di Resetdoc, sottolinea che sarebbe grottesco fare di un luogo «in cui si può rischiare la vita per le proprie idee» la capitale mondiale del dubbio e della riflessione critica.

E sbaglia perché se è vero che la filosofia si esalta laddove l'uomo è da salvare, è altrettanto vero che non è certo il boia a concedere il diritto di cittadinanza al filosofo. In altre parole, a poco serve menzionare che le persecuzioni dei filosofi avvengano anche in democrazia, e citare Florenskij per ricordare il fiorire del pensiero sotto i totalitarismi di Stalin e Hitler: osservazioni acute e condivisibili, ma fuori tema. La posta in gioco è comprendere chi o che cosa si farebbe garante di un libero confronto di idee tra i partecipanti qualora a novembre 2010 questi ultimi dovessero incontrarsi nella capitale del regime di Ahmadinejad. Forse lo stesso Veneziani? Improbabile, come improbabile è che a ricoprire tale fondamentale ruolo sia il regime stesso. Per questo la filosofia, lo sostiene l'editorialista de Il Giornale, è «trasgressiva»: perché si sviluppa nonostante i condizionamenti, i divieti, le repressioni. Pensare che l'Iran lasci la propria natura autoritaria fuori dalla porta del convegno è «banale utopia da scuola materna» almeno quanto il sogno di pace universale che Veneziani attribuisce a Dalmayr. Sapendo che «nuoce più che giovare al regime di Teheran esporsi a media e filosofi», perché dovrebbe farlo? Nessuna risposta.

Una cosa è certa: se anche dovesse tenersi nella capitale iraniana, l'incontro non gioverebbe ai suoi abitanti. È infatti arduo immaginare che il regime conceda piena libertà di pensiero ed espressione tra le confortevoli mura dell'iniziativa Unesco, per poi continuare a reprimere nel sangue ogni manifestazione di dissenso non appena lasciatene le sale. E se anche dovesse venire concessa tale impossibile libertà a intermittenza, avverrebbe qualcosa di molto più grave di una semplice «sanzione filosofica»: saremmo testimoni, in tal caso, di una discriminazione bella e buona. Libero chi ha accesso, schiavo chi non ce l'ha: non esattamente il tipo di comportamento che l'Unesco ha intenzione di promuovere. Con ogni probabilità, tuttavia, il problema verrebbe ovviato come nel caso della conferenza tenuta lo scorso anno, il cui tema unico è stato il rapporto tra Islam e filosofia.

Ed è a questo modo che la filosofia muore: non tra le braccia del nichilismo, ma tra quelle della teocrazia; non di dubbi, ma di dogmi. Per questo un regime fondamentalista come quello iraniano è essenzialmente inadatto ad accogliere la filosofia: non perché iraniano, ma in quanto fondamentalista. Propongo dunque un emendamento alla proposta di Amato e di Resetdoc: si tenga la giornata mondiale, a condizione che il regime non ponga alcuna pregiudiziale sui temi da trattare. Teheran accolga il dubbio, garantisca la libertà di partecipare a filosofi di ogni scuola di pensiero e religione. Solo allora il mondo intero avrà ragione di scegliere le sue strade per celebrare e riflettere.

3 febbraio 2010

 
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