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Contro la noia del già visto e del già detto

Liberate la politica dalla bara
delle diatribe televisive

di Federica Colonna Edgar Allan Poe avrebbe declinato l’invito con un “no, grazie!”, pronunciato con voce carica di ansia e con le mani sudaticce. Lo scrittore, avvezzo a raccontare il mistero e la morte, temeva infatti di essere seppellito prematuramente. E poi di trovarsi là, incastrato sotto terra. La visione di un film come Buried, appena lanciato al Sundence Film Festival, sarebbe stata per il caro Edgar peggiore di un atroce supplizio, paragonabile al massimo a Otto e mezzo condotto dalla Gruber per un sostenitore accanito di Giuliano Ferrara.

L’attesa della morte percepita come unica soluzione possibile. Insomma, Buried mette ansia solo a descriverne l’inizio: un camionista americano viene attaccato in Iraq e si ritrova all’interno di una bara con solo la luce di un accendino e di un cellulare. E la consapevolezza di avere a disposizione novanta minuti di tempo. La pellicola ne dura novantaquattro: cosa accadrà a quel poveraccio costretto a stare steso, con poco ossigeno, le braccia lungo i fianchi, le ginocchia inchiodate a terra e la speranza di trovarsi là fuori, in mezzo ai fuochi della guerra? Non si conosce la fine del film, ovviamente, già apprezzato da pubblico e critica che l’ha osannato come fenomenale, stupefacente, un capolavoro nato da una domanda del regista, Rodrigo Cortès, che suona un po’ strana per una Hollywood abituata a grandiosi capitali: «Come posso realizzare un film spendendo poco con il minor numero di attori e una sola location?».

E dato che la creatività nasce proprio per superare limiti concreti e di contesto, Buried, a sentire chi l’ha visto, è un perfetto prodotto dell’ingegno e dell’immaginazione. Per questo non esistono spoiler pubblicati nei vari siti di Internet per raccontarne la fine. Trapela solo una piccola indiscrezione, adatta a rendere la curiosità del pubblico ancora più scalpitante: piano piano, minuto dopo minuto, il film acquisisce significato. Una metafora, allora. Chissà di cosa? A occhio e croce, così, di primo impatto, dopo aver conosciuto l’incipit della storia qualcosina viene in mente. A partire dalle reazioni fisiche che la trama induce: sensazione di panico, incapacità a stare fermi sulla sedia, improvvisa necessità di mettersi a correre come nemmeno Bolt saprebbe fare, sudore freddo a goccioline giù per la colonna vertebrale. Una boccata d’aria per favore, subito, bella, a pieni polmoni, da prendere così, tutta in una volta.

Insomma: davvero durante una puntata di Ballarò (non ce ne voglia Floris, non dipende dal conduttore e dalle spesso magnifiche clip di Crozza), durante un servizio di politica del Tg1, oppure a guardare il video di Francesco Boccia (ma un altro sarebbe lo stesso) su YouTube, davvero nessuno si sente così? Angosciato? Bianco in faccia e con lo sguardo obliquo a cercare una via di fuga, una qualsiasi? Davvero di fronte alle diatribe su presunti valori e altrettanto presunte guerre di posizionamento un poveraccio con un minimo di interesse per la politica e di speranza per questo paese non finisce per muoversi sulla seggiola, spostando il coccige di qua e di là come Beyoncè in un video su Mtv?

Davvero, non vuole essere retorica da due soldi, chiacchiericcio aggiunto a chiacchiericcio, ma la sensazione che i dibattiti politici non funzionino più è ormai una certezza. La rappresentazione che la politica offre di se stessa provoca la stessa considerazione che Franco Battiato sintetizza in maniera lapidaria: «Per fortuna il mio razzismo non mi fa guardare quei programmi demenziali con tribune elettorali». E per fortuna, davvero, che se Buried non si sa come va a finire e dura solo 94 minuti, qua la situazione è, almeno in termini quantitativi, di tempo speso, ben peggiore. La fine, inoltre, non sembra poi così misteriosa. A meno che non ci sia qualcuno davvero capace di un colpo di reni, davvero abile nel rimescolare le carte e nel prendere la distanza da una retorica di posizione bellica un po’ stantia per attingere invece ad una grammatica emotiva diversa, più fresca, più coinvolgente.

La speranza, dopo tutto, è l’ultima a morire. Ma può essere la prima a venire ingabbiata in una bara, a discapito di quell’ottimismo della ragione che, in fondo, ancora tanti potrebbe motivare ed entusiasmare. Almeno come ideale, come orizzonte, come spinta emotiva e narrativa. Ecco, allora viene un dubbio. Se il regista della pellicola, Cortès, s’è inventato la trama a partire da una domanda, probabilmente anche l’attore protagonista, Ryan Reynolds, se ne è fatta una. «Dove trovo l’ispirazione per riuscire a interpretare un uomo steso a terra dentro una bara?». Ci viene un dubbio. Che abbia fatto un viaggio in Italia, prima di iniziare a girare, e magari, in albergo, una sera, non gli è venuto in mente di fermarsi a guardare la tv?

4 febbraio 2010
 
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