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Renato Brunetta
I "bamboccioni" sono il frutto (incolpevole) di un paese malato

Bravo Brunetta, anche noi
stiamo dalla parte dei "figli"

di Federico Brusadelli L’abbiamo già detto, ma vale la pena ripeterlo. Renato Brunetta ha ragione da vendere, quando parla di giovani, di opportunità negate, di cattivo welfare, di patto “leonino” che dà ai padri e toglie ai figli. Ci piace questa sua battaglia. È un modo salutare – a volte, forse, un po’ troppo veemente per i gusti di un paese in fondo in fondo sempre conservatore come il nostro – di demolire qualche tabù di troppo. Ed è un modo, anche, per provare a vedere i problemi reali, senza nasconderli sotto il tappeto. Si tratta di una battaglia volutamente malintesa da molti, interpretata con malizia, come fosse un attacco ai “bamboccioni”, come se si trattasse di una stigmatizzazione dei giovani, pigri e svogliati. No, questa volta i giovani dovrebbero capire che si tratta di una battaglia condotta anche, se non soprattutto, a nome loro. Una battaglia da sostenere con convinzione. A difesa dei “figli” e del loro futuro.

Il ministro ne aveva già parlato pochi giorni fa, intervistato dal Secolo d’Italia, e ne ha riparlato oggi a Porta a Porta.  «Concentriamo le garanzie sui padri e la flessibilità sui figli». Una verità semplice e drammatica, che rischia - se non lo ha già fatto - di spaccare il paese in due mondi diversi: chi si è conquistato una pensione e chi ancora annaspa nel precariato. Una situazione che è «frutto della cattiva politica e del cattivo sindacato», sottolinea Brunetta. E ha ragione anche qui. È un meccanismo bloccato e pericoloso, sintomo, anche, di tanti mali “culturali” del nostro paese: dal familismo al corporativismo, dall’immobilismo al rifiuto del rischio. Tanti mali di cui i “bamboccioni” – lungi dall’essere la causa da additare con disprezzo – non sono che il (quasi sempre) incolpevole frutto.

«Spendiamo tantissimo per finte pensioni di invalidità, e quasi nulla per incentivi per gli affitti e le borse di studio per i giovani», dice Brunetta. E questo è solo un esempio. Ma al di là dei tecnicismi, al di là dei provvedimenti che si potrebbero prendere per porre almeno un freno a questa deriva pericolosa, al di là dei mezzi proposti, su cui si può e si deve discutere, è assolutamente giusto e condivisibile l’approdo individuato dal ministro (e non solo da lui): serve un nuovo patto generazionale. Un patto scritto nel segno della solidarietà e della responsabilità, anche a costo di sacrificare qualche privilegio ormai insostenibile, anche a costo di mettere in discussione assiomi ritenuti incrollabili. Ed è il metodo che dovrebbe accompagnare la stesura di altri patti: quello fra il Nord e il Sud, quello sulla cittadinanza, quello fra categorie sociali. L’approdo è lontano, e forse paghiamo decenni di disattenzione e trascuratezza. Ma la direzione è obbligata, a questo punto.  

3 febbraio 2010

 
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