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L'esitazione del principe shakespeariano non sia un'alibi all'inerzia

Se i giovani sono posseduti
dal dubbio di Amleto

di Rosalinda Cappello To be, or not to be: that is the question. Shakespeare, già cinquecento anni fa aveva portato in scena il dilemma esistenziale che caratterizza il pensiero e condiziona l’azione dei giovani. Quel dubbio in cui si arrovella chi sa di non essere più un adolescente ma fatica a diventare un adulto. Un dubbio che è quasi un’astuzia della mente che fornisce una giustificazione a un’insufficiente voglia di emanciparsi. L’appiattirsi su una riflessione che è un modo per procrastinare la decisione, la scelta, per rinviare quella presa di posizione che vuol dire assumersi la responsabilità della propria vita, lontano dalle comodità della famiglia che, spesso, con la sua ala protettiva impedisce invece di agevolare il volo dei figli.

Amleto no, non è risoluto. Tentenna, oscilla, si interroga, riflette. Ma esita ad agire. Il suo arrovellarsi si traduce in un lungo stato di inerzia. “Essere o non essere”, si chiede. Agire o non agire. Punire la madre e lo zio che si sono macchiati di incesto ai danni del padre, e così dare credito alle parole del fantasma che gli si è manifestato con le sembianze del genitore, o dubitare di quella rivelazione e crederla frutto di un’azione demoniaca che vuole indurlo a commettere un assassinio?

È questa la caratteristica predominante nel principe di Danimarca, che è ancor più evidente nella traduzione che ne ha fatto Eugenio Montale, dove Amleto è un bamboccione – per usare un termine in voga negli ultimo tempi – che sogna e che è condizionato da un miscuglio di scetticismo, relativismo ed esistenzialismo. Un insieme di caratteristiche che è possibile riscontrare in tanti giovani che non riescono, non vogliono e rimandano il passaggio verso l’età adulta. Aiutati, giustificati, condizionati – oggi più che mai – dal mondo che gli adulti hanno confezionato per loro.

Un apparato, quasi diabolico, che i giovani del dopoguerra – loro sì, cresciuti troppo in fretta in un’Italia che doveva risollevarsi, rimarginare le ferite e costruire un futuro migliore – hanno messo a punto per i loro figli e per i loro nipoti e che nei nostri anni si traduce in un paradosso: a trent’anni si vive come a venti, in un microcosmo emotivo e materiale sospeso tra l’essere e il dover essere, il partire e il restare, l’agire e il procrastinare. Salvo, naturalmente, eccezioni più o meno numericamente rilevanti di chi, prima dei vent’anni, ha il coraggio, l’esigenza, lo slancio vitale, e forse anche un po’ di incoscienza, per lasciare dietro di sé il calore e le comodità di casa e gettarsi nell’agone, dove la vita che vive è tutta in prima persona, successi e sconfitte comprese.

L’Amleto che in questi giorni, e fino al 7 febbraio, è in scena al teatro Quirino di Roma, con il volto di Alessandro Preziosi, racconta tutto questo, è proiettato nell’oggi nel tentativo di analizzare il tempo che stiamo vivendo. Il regista, Armando Pugliese, infatti, ha trasformato il dramma personale del principe shakespeariano in una riflessione più ampia sugli ostacoli e sulle resistenze che i giovani incontrano nel loro cammino verso l’emancipazione, verso la realizzazione delle proprie aspirazioni. Il personaggio di questa tragedia è un alibi per raccontare i limiti di una società difficile, un po’ decadente, con la quale sono costretti a fare i conti le nuove generazioni a corto di ideali, di valori e di solidi punti di riferimento, rassegnate, condannate a dibattersi, a contorcersi tra l’incapacità, e la paura, di agire e le comodità del nido.

Amleto, per molti, può essere uno specchio in cui riflettersi a corpo nudo, scrutando implacabilmente i propri difettucci quasi si trattasse di brufoli o di cellulite da combattere, e per reazione prendere le distanze da quella figura e aspirare ad assumere sembianze diverse, quelle di uomini e di donne consapevoli che il futuro puoi costruirtelo, spesso con fatica e a tentativi, seguendo senza esitazioni un percorso e un progetto e rifiutando l’idea, ma anche la tentazione autoassolutoria, che il destino lo subisci come un’imposizione, un’eredità non gradita, frutto delle azioni e degli errori commessi da chi è venuto prima di te.

4 febbraio 2010

 
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