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A Milano, una sentenza motivata in base alla definizione stessa di "educazione"

I figli stuprano, i genitori pagano.
È giusto così, serve "responsabilità"

di Federico Brusadelli «Datemi genitori migliori e vi darò un mondo migliore», scrisse Aldous Huxley. È vero, ed è con questo spirito, in fondo, che i giudici del Tribunale di Milano hanno deciso di condannare alcune famiglie a risarcire (450mila euro) la vittima, dodicenne, delle ripetute violenze sessuali dei loro figli. Una decisione importante. Perché si tratta di una riflessione non solo giuridica, ma anche sociale e morale. Una riflessione che, al centro, ha il concetto stesso – un concetto non da poco –  di “educazione”.

I genitori in questione non hanno trasmesso – dice la sentenza – quella «educazione dei sentimenti e delle emozioni che consente di entrare in relazione non solo corporea con l’altro»; senza badare, insomma, a che «il processo di crescita» dei loro figli «avvenisse nel segno del rispetto dei sentimenti, dei desideri e del corpo dell’altra/o». Perché l’educazione, spiega ancora il giudice civile Bianca La Monica, non si limita alla «fondamentale indicazione al rispetto delle regole». Educare un figlio è un compito ancora più gravoso e più profondo: richiede la trasmissione, soprattutto, di «quelle indicazioni che forniscono ai figli gli strumenti indispensabili da utilizzare nelle relazioni, anche di sentimento e di sesso, con l’altra e con l’altro».

Bene hanno fatto i giudici, allora, a punire i genitori: la colpa è, innanzitutto, loro. E suonano inutili, se non ridicole, le giustificazioni che padri e madri sotto accusa hanno portato in loro difesa: «Il rispetto dell’orario di rientro a casa, i buoni o sufficienti risultati scolastici, l’educazione nel rispetto delle persone e dei valori cristiani propri della cultura occidentale, l’avvenuta frequentazione delle lezioni di educazione sessuale a scuola, il fatto che prima di questi fatti alcuni dei ragazzi non avessero dimostrato particolare interesse verso il genere femminile». Ragazzi “puntuali” e “studiosi”, ma stupratori. “Cristiani” e “occidentali” ma violentatori. Il punto è questo. Non basta trasmettere: bisogna verificare ogni giorno se e quanto quei principi si fanno largo nella sensibilità di chi sta crescendo.

L’educazione come ascolto, insomma. E, prima che come imposizione o regola, come modello quotidiano, convinto, condiviso. Meno obiettivi di “successo sociale” (dai più bassi – il telefonino e la macchinetta, passando magari per le tette finte – ai più nobili, come i risultati scolastici) e più attenzione alla crescita umana, all’evoluzione della personalità, all’armonia con se stessi e con gli altri. Ma di questo resta poca traccia, purtroppo. Per non parlare dell’esempio, che vale più di mille schiaffi, di mille premi o di mille punizioni. O della “responsabilità” e del “sacrificio”, questi sconosciuti.

A questo si aggiunge, quasi sempre quando si parla di adolescenti mal cresciuti, un triste scaricabarile. “Internet è pericoloso”, la droga “è diffusa”, in discoteca al pomeriggio “ci vanno tutti”. E poi “ci deve pensare anche la scuola”.  Ecco, è così che i genitori abdicano al loro ruolo, spacciandosi per vittime di una cattiva società, nemica e corruttrice. Senza capire che quella società la costruiscono (o la distruggono) loro, pezzo dopo pezzo. E che la famiglia – che poco ha a che fare con il suo simulacro, quella “Famiglia” che, assieme ad altri corpi contundenti e maiuscoli, compone l’armamentario propagandistico dei  “difensori di valori” – dovrebbe essere davvero una “cellula di miglioramento” della società.  Perché è pur vero che, come recita un antico proverbio africano, «per far crescere un bambino ci vuole un intero villaggio», ma intanto sarebbe bene partire dalle mura di casa.

4 febbraio 2010

 

 
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