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Il nuovo "McItaly" scomoda categorie tutt'altro che culinarie

Ma l'identità italiana,
davvero non è un panino

di Cecilia Moretti L’identità di un popolo è appesa a un panino. «Aboliamo la pastasciutta! Assurda religione gastronomica italiana» era il grido dei futuristi in cucina. Oggi, in tempi di pasti rapidi e globalizzati, si è tramutato nella domanda se sia opportuno o meno creare un “hamburger all’italiana”. Benissimo, si direbbe, ma la perplessità è che il contesto della discussione non è squisitamente culinario. Tutt’altro. Le categorie scomodate sono addirittura l’identità di un popolo, la fedeltà alla nazione, la moralità stessa di un governo. Il tutto per un panino.

Non è uno scherzo. Il ministero italiano dell’Agricoltura patrocina ufficialmente il lancio di una nuova linea di prodotti esclusivamente composti da ingredienti italiani della multinazionale McDonald e dalle illuminate colonne del Guardian si leva la voce censoria dell’editorialista Matthew Ford che sentenzia:  «Se c’è mai stato un segno della bancarotta morale del governo di Silvio Berlusconi, è la vista di un grembiule McDonald’s avviluppato attorno alla snella figura del ministro dell’Agricoltura, Luca Zaia, che ha aiutato a lanciare la nuova linea di hamburger “McItaly”». Ecco qua. E dire che il fatto sembrava piuttosto derubricabile a operazione economica, un’iniziativa che, a detta dello stesso ministro chiamato sul banco degli imputati, porterà agli agricoltori coinvolti nel progetto qualcosa come tre milioni di euro al mese (tanto McDonald’s paga i prodotti Dop e Igp che le forniscono i Consorzi), cioè 40 milioni all’anno. Per Ford, però, si tratta del più «mostruoso atto di tradimento nazionale».

Si giurerebbe di aver perso un passaggio. Perché va bene ascoltare le spiegazioni di Zaia, peraltro piuttosto convincenti, sul perché sia per i nostri campi vantaggiosa la sponsorizzazione ministeriale di una multinazionale privata, è giusto sapere da Roberto Masi, amministratore delegato McDonald’s Italia, tutte le normative a cui devono sottostare i prodotti implicati, sacrosanto che Carlin Petrini, inventore di Slow food, si preoccupi della «chiarezza e trasparenza» dell’operazione e della genuinità delle materie prime, però, per carità, non trasformiamo la faccenda in cose che, in realtà, con un panino c’entrano ben poco. «Grande operazione culturale»? No, Zaia, no. «Qui c’entra un discorso sull’identità»? Petrini, ma per favore.

È vero che in tempi di globalizzazione selvaggia e identità liquida si sente a volte l’urgenza di aggrapparsi a qualsiasi cosa, sarà anche vero che l’uomo è quel che mangia, però siamo davvero stufi di essere appaiati sempre e nient’altro che a pasta e pizza. Sono buonissime, d’accordo, ma senza velleità altezzose e in tutta onestà, ci pare che l’Italia e gli italiani siano qualcosa di più che grano impastato e pomodoro (per giunta di originaria importazione americana). Ottimo, dunque, se si escogita una trovata marketing che avvantaggi la nostra economia, se poi il prodotto è un panino all’italiana targato McDonald’s, ne prenderemo atto. In fondo, alle brutte, sarà il colosso americano che potrà avere un sussulto identitario a vedere i suoi cheeseburger e le sue patatine fritte fianco a fianco con carni bovine rigorosamente italiane, parmigiano reggiano Dop e pancetta della Val Venosta. Noi italiani, tutto sommato, ancora, sentiamo di poterci identificare anche in qualcos’altro. E con tutto il rispetto per i moniti di Ford, forse riusciremo a non farci mandare in crisi da un panino.

4 febbraio 2010
 
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