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La rubrica lessicale che ogni venerdì racconta una parola della politica

Il museo degli ex
e la politica del disco rotto

di Federica Colonna Mi sembrava di essere in un girone dell'inferno: c'erano in fantasmi delle mie ex ovunque mi girassi.
Charles, “Quattro matrimoni e un funerale”

Definizione
preposizione latina («da, fuori di»)
Si adopera come prefisso per indicare la condizione di chi ha ricoperto una carica o un ufficio che ora non ricopre più.

Se c’è una costante nella variabilità dei casi amorosi e delle vicende della vita, concerne gli ex.  Motivano le gelosie, affannano le notti degli abbandonati, popolano con calze autoreggenti gli incubi a occhi aperti della ragazza acqua e sapone, appaiono su Facebook sotto forma di innocenti amicizie, scatenano, magari con un mezzo sorriso un po’ furbo e malcelato,  liti paragonabili a bufere di piatti rotti e cocci di ceramica sparsi in salotto. Ecco, quindi, la costante: ex significa rabbia. Per una perdita, per un distacco non metabolizzato del tutto, per quell’inferno di “ciao come stai..ora bene…si, certo, sono contenta per te” da memorabile festa di diciotto anni tra imbarazzi e risatine. L’ex è il passato che torna con tutto il suo carico emotivo: bello, brutto e così così. Passione ed estrema banalità insieme. Come sempre è, d’altronde, nella vita, che riesce ad essere epica solo nei romanzi d’appendice.

Ma se c’è qualcosa di peggiore di un ex, è la congrega di ex. Il gruppetto. La famigliola, così stretta, assiepati tutti insieme come sono, simili ai funghi sotto una quercia, ai guai che non vengono mai soli, ai cavalieri dell’Apocalisse che arrivano in gruppo, per essere certi della fine del mondo. Il gruppetto degli ex è come la classe che festeggia i cinquant’anni dalla maturità: dai, sì , rivediamoci, che piacere.

Appunto: che piacere? Quale piacere nel trovarsi tutti più vecchi, nel vedere che la belloccia della prima fila ha le tette che le arrivano alle ginocchia, e il playboy della classe fa l’impiegato in banca e di attraente non ha nemmeno il conto corrente? Però non se ne può fare a meno: gli ex vogliono sempre ricontrarsi. E non solo se sono stati la reciproca parte della stessa mela, se hanno condiviso sesso e amore giovanile, o il terrore per l’interrogazione di greco e i numeretti sul registro della Professoressa, quella arcigna, quella col doppio mento.

Gli ex vogliono fare le rimpatriate sempre, per partito preso. Anche, anzi soprattutto, se sono ex di partito, di corrente, se hanno condiviso il clima di punizione ed esclusione di Tangentopoli, se hanno scorrazzato insieme nella buvette, se hanno fatto qualche campagna elettorale. Gli ex vogliono continuare fare squadra, sempre. Per parlare dei bei tempi e magari per confabulare un po’, contro questi cretini di oggi, incapaci dei fasti da Prima Repubblica ma anche di vero cambiamento.

È ora di ammetterlo, pensano gli ex, è ora di riconoscere almeno un merito: la testardaggine. Quella grinta un po’ ottusa che ti fa stare sempre a cavallo, aggrappato come nei rodei americani fa un cowboy, come le cozze, direbbe un ex meridionale, come un cane al polpaccio: sempre là, imperterrito a fare il proprio mestiere. Con grinta da dimostrare a denti stretti e con frasi da stadio.

Definirsi ex in politica significa riportare la storia di un paese sempre allo stesso punto, come avviene con un disco incantato. Bene che va è terrificante. Eppure il Transatlantico è stracolmo di ex di qualcosa: ex An, ex comunisti, ex Dc, ex socialisti. Tutti carichi di recriminazioni e motivati a fare squadra. Di rugby, s’intende. Contro il nemico, compatti. Senza accorgersi che quella battaglia è come Don Chischotte che va contro i mulini. Inutile. Destinata a perpetuarsi e a non risolversi mai. Perché è parte integrante della definizione della propria identità, perché è la storia che determina il presente, nella mente degli ex, e non l’ottimismo verso il futuro.

La vita degli ex è un museo delle cere un po’ patetico,  in cui «tutto è fatto banca, museo, archivio; tutto quel che chiamiamo Vita è già nelle teche; visitatori e clienti gli ex vivi, i deboli. Avere voglia ancora di questo non-vivere, che per molti è già lo stato normale, è veramente da anime morte, che un filo elettrico fa ballare, perché possano visitare, nelle ore di apertura, il Museo della Vita». Dalle parole di Guido Ceronetti, tratte dal libro Il silenzio del corpo, viene fuori un odore stantio, di ospedale, di anestetico, come dopo un’operazione chirurgica per tirare le rughe.

Anche Pierluigi Battista si è fermato a ragionare sul termine ex, e quella che ne è venuta fuori è una differenza, sostanziale, dalla parola post. L’ex arranca, si definisce in virtù di ciò che è stato, non può fare a meno della propria “exità”, ne andrebbe del proprio profilo, del proprio status. Il post invece ha fatto un passo avanti, si è distaccato, ha, in un certo senso, elaborato il lutto e fatto nascere qualcosa di nuovo.

Ecco: per questa ragione l’ex sta sempre là, fermo, ritto come un palo immobile agli scossoni del tempo e delle innovazioni. Come racconta Flavio Baroncelli in Viaggio al termine degli Stati Uniti: «Come quasi tutti gli ex-marxisti della mia generazione, ero un neofita del liberalismo, e nel mio entusiasmo semplicistico e ignorante lo usavo come una mazza. In sostanza, non facevo altro che adoperare il liberalismo per semplificare indebitamente la realtà, più o meno come si faceva pochi anni prima usando il marxismo. Rimaneva invariato l'atteggiamento psicologico, la presunzione semplificante».

Bene. Definirsi ex è adottare sempre lo stesso, ripetitivo, schema mentale, indipendentemente dai mutamenti che nel frattempo sono avvenuti, indipendentemente dagli anni che cadono dal calendario. Solo storia su storia. Magari per il timore di accorgersi della propria vacuità, della perdita di ruolo, del proprio conformismo ad un mondo sempre uguale e stagnante. Però si sa qual è l’epilogo. Dopo i primi pianti, dopo le notti insonni, dopo un periodo di dimagrimento e nervosismo, l’ex diventa solo un vago ricordo. I tratti del viso svaniscono un po’, il suono della voce sarebbe oggi irriconoscibile, l’alfabeto amoroso indecifrabile. Se la politica si fa ex per quelli che restano là, in attesa, dopo qualche lacrima arriva, di certo, il nuovo amore. E l’ex resta come una foto ricordo, destinata a ingiallirsi e a non contare più nelle dinamiche fervide e accese di una vita (di una politica) vissuta per davvero.

5 febbraio 2010

 
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